Mente Locale della Piana

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OPERAI COL PANNOLONE

aged-workerLunedì 15 settembre, in un’acciaieria di Vicenza, è morto un operaio. E’ morto investito da un muletto, che lo ha colpito da dietro. Probabilmente l’operaio non lo ha sentito arrivare, e il muletto l’ha investito. Non è una novità, direte; sul lavoro si muore tutti i giorni. Che cosa c’è di nuovo nella morte del povero Valerio Sardo (così si chiamava l’operaio)?
Forse c’è questo. Valerio Sardo aveva 87 anni. Avete letto bene: 87. Forse a quell’età non è poi così strano essere un po’ duro di orecchi. Valerio Sardo aveva cominciato a lavorare a 14 anni, una storia comune nell’Italia di quegli anni.
Con il tempo aveva fatto carriera, nella sua acciaieria; era diventato responsabile della selezione del materiale. Poi, nel 2011 era andato in pensione. Dopo due anni, però, era tornato in azienda. Sua moglie era scomparsa, il figlio lontano, e Sardo voleva ancora sentirsi utile a qualcosa. La sua acciaieria lo aveva ripreso, e del resto la legge glielo consente, e il direttore del personale dell’acciaieria giura che era l’azienda che aveva fatto un favore all’operaio, e magari è pure vero (anche se il direttore del personale tace sul fatto che quel posto di lavoro sarebbe potuto, sarebbe dovuto andare a un uomo giovane che però forse sarebbe costato di più. Quindi sembra una storia triste, che finisce male; Sardo è morto come ha sempre vissuto, utile fino all’ultimo giorno come aveva voluto. Eppure c’è qualcosa che stona; sembra strano solo a noi che Sardo, quando è andato in pensione avesse lavorato per 70 anni? Che sugli 87 anni totali della sua esistenza, Sardo avesse lavorato per 73 anni?
E’ questo il futuro che ci aspetta? Operai ottuagenari sui ponteggi con il pannolone? Piloti d’aereo che cercano in cabina di pilotaggio un appendino dove attaccare il catetere? Ferrovieri che cercano di sistemarsi la dentiera e contemporaneamente di non perdere il ritmo del sistema di sicurezza detto dell’uomo morto (mai nomignolo fu più profetico)? Siamo solo noi che lo troviamo un futuro strano?
Evidentemente sì. Il ciarliero presidente del consiglio, il 16 settembre, ha proclamato in parlamento la volontà di abbattere l’attuale, odioso diritto del lavoro che fomenta l’apartheid che fomenta la discriminazione tra chi è garantito e chi no. Qui già è importante l’equivoco linguistico; l’apartheid non è che fosse proprio un diritto, semmai era la negazione del diritto per qualcuno, e fu abbattuto dando i diritti a chi non li aveva, non togliendoli a chi li aveva già. E poi, siamo seri, paragonare l’inferno del precariato (di inferno trattasi, e il governo Renzi ne ha la sua parte di responsabilità; perché il decreto legge Poletti chi lo ha voluto, l’African National Congress?) alla immensa tragedia dell’apartheid, a tutta quella gente torturata e uccisa (il nome di Steve Biko dice qualcosa a qualcuno? O Renzi non aveva incontrato Mandela? Ma probabilmente aveva parlato sempre lui), fa ridere. E’ una cazzata, simile a quella che fece Beppe Grillo quando disse una cazzata sulla Shoah. E difatti tutti i giornali a dargli addosso. Ora la dice Renzi, e nessuno profferisce verbo, perché lui è il capo. Al che si capisce che in Italia uno che dice una cazzata è un cazzone, il capo che dice una cazzata è il capo. Questo per dire l’aria che tira.
Ma come si propone Renzi di curare l’inferno dei precari? Ovvio: il contratto a tutele crescenti. Uno viene assunto senza un diritto che è uno, licenziabile con un mero atto del pensiero (si risparmia anche la raccomandata), e poi alla fin del terzo anno, se è riuscito a resistere, comincia ad accumulare diritti. Che è un’altra cazzata, e lo capisce anche un bambino di due mesi, due mesi e mezzo; perché una ditta dovrebbe tenersi più di tre anni un dipendente, pagarlo di più e non poterlo più licenziare con la sola forza telepatica, se lo può mandare via prima dei tre anni e prendersi un altro povero disgraziato, prima che diventi troppo oneroso licenziare il primo straccione (già, perché, per mettere sulla strada uno di questi mangiapane a ufo, in questo paese comunista, tocca indennizzarlo. Lo vedi come siamo ancora intrisi di stalinismo?).
Di conseguenza, e lo capite già dove andiamo a parare, il paese si riempie ancora di più di persone che non hanno un lavoro fisso, e lavorano un mese qui, due mesi là, se gli va bene, e poi non hanno un ciufolo di contributo versato da parte per la pensione. Per forza per questa strada si arriva agli operai col pannolone. Però, a pensarci bene, questo spettacolo di vecchi che lavorano finché ce la fanno, e poi crepano, questi ottuagenari che hanno vissuto solo per ammazzarsi di fatica, e che poi vengono buttati via senza neanche tanta commozione, perché sono morti come hanno vissuto (e per forza!), e poi, in fondo, gli abbiamo fatto un favore, li avete già incontrati, almeno se siete individui mediamente colti (il che per questo paese, è come essere premi Nobel). Nei romanzi di Dickens li avete incontrati. E’ quello il futuro che ci aspetta, l’Italia che cambia verso, anche se ancora non si è capito che verso fa (però brutto); solo che, curiosamente, è dietro le spalle. Il futuro è il passato. Il domani sarà l’ieri. E, perché no, brutto è il bello. Va a finire che aveva ragione Macbeth. Paradossi che farebbero rizzare i capelli in testa a qualunque persona con la testa sulle spalle, ma non al capo. E quindi forse nemmeno a voi. Perciò ve lo chiediamo di nuovo, la troviamo strana solo noialtri, questa storia? Forse sì. Nel qual caso preparate pannoloni e catetere; vi serviranno.

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Questa voce è stata pubblicata il 19 settembre 2014 da in Editoriale con tag , , , , , , , , , , .

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