Mente Locale della Piana

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NOI E IL RENZISMO

Mentre infuria la battaglia sulla riforma (ma secondo noi meglio sarebbe dire sullo sconcio) della costituzione, e si assiste all’isterismo dell’uomo solo al comando, che, avendo preso il 40,8% mica può lasciare l’Italia nelle mani di Mineo, ci corre l’obbligo di fare due considerazioni che forse non vi piaceranno. La situazione italiana però è tale che riconoscere l’asperità delle cose è meglio che raccontare favole consolanti.

14 senatori combattono la loro battaglia perché la riforma della costituzione targata Renzi non piace loro. Ebbene, a parere nostro hanno diritto a combattere la loro battaglia. Come disse Matteotti, “io chiedo di parlare parlamentarmente”. I rappresentanti dei cittadini rappresentano solo i cittadini. Non c’è disciplina di partito che li possa coartare. Peraltro, il partito è un’associazione privata, la cui disciplina è affare privato, mentre la costituzione è affare pubblico. Siamo inoltre convinti che questi 14 avranno vita difficile. Scopriranno come sia difficile sostenere la loro coscienza in un partito dove comanda Renzi. Ma questo è affare loro. Quello che è affare nostro, è denunciare con forza la stupidità di chi dice “ha vinto Renzi, ed è giusto lasciarlo provare”. Con la medesima logica, si è detto in altri tempi “Ha vinto Berlusconi ed è giusto lasciarlo provare”. I guasti che ne sono derivati sono sotto gli occhi di tutti. Con buona pace di tutti, uno sconcio della costituzione è peggio di una riforma ponderata della costituzione; una riforma del cazzo è peggio di nessuna riforma, stante che ogni riforma della costituzione dovrebbe accelerarne il carattere progressista, e non viceversa; e l’atteggiamento da ducetto di chi dice o si fa come dico io o rompo tutto, a noi non piace guari. E questa non è democrazia.

E tuttavia c’è peggio di così. C’è l’atteggiamento di fondo, che riscopriamo con orrore molto diffuso a Firenze, città medaglia d’oro della resistenza, di chi dice “la sinistra è troppo litigiosa. Alla fin fine il capo, dopo avere sentito tutti, decide lui”. Ebbene, questo discorso forse va bene alla Fiat (veramente per noi non va bene nemmeno lì, perché anche le fabbriche sono Italia, e anche lì vale la costituzione); ma non va bene nel corpo politico. Perché il capo, in democrazia, non è il capo, ma è il servitore, ossia il ministro o se preferite l’amministratore, e dunque non è il capo. Tutte le scelte sono sindacabili, ed egli è tenuto a spiegarle e motivarle; e deve convincere con le sue buone ragioni (se ne ha) e non manganellare. Se voleva decidere di decidere, e che gli altri si adeguassero, meglio faceva a fare il capetto alla Fiat. Che Renzi avesse atteggiamenti così, nella nostra lunga esperienza da oppositori dell’inceneritore di case Passerini, l’avevamo capito da un pezzo. Quello che non sapevamo, e che riesce inaccettabile, è che persone che si richiamano in qualche modo alla tradizione di sinistra, abbiano ceduto alla tentazione di dire che, siccome i partiti sono litigiosi, è bene che ci sia un capo che decida, e che tutti gli altri si adeguino. Questa è esattamente la mentalità rovinosa che portò alla caduta della repubblica di Weimar.

Ma coloro che amano i paragoni storici, e i pasdaran del nuovo capo, non si allarmino. Non parliamo di un regime totalitario. Parliamo di quello che Ennio Flaiano chiamò “l’eterno fascismo italiano”, il fascismo in pantofole che ama seguire i mondiali di calcio e lasciare le decisioni al capo, quello che ama la quiete e se ogni tanto qualcuno viene epurato, pazienza. Quello che si scopre fascista quando il fascismo vince, ma quando il fascismo perde lui era contro. Che questa mentalità, che noi consideriamo grottesca e propria di una concezione superficiale e non assimilata della democrazia, faccia massicciamente capolino, dimostra soltanto quanto profondamente il berlusconismo abbia fatto breccia in un popolo e in una città che, per qualche strano motivo, ama ancora chiamarsi di sinistra.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 giugno 2014 da in Editoriale.

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