Mente Locale della Piana

Il Comitato che vi svela le verità nella Piana Fiorentina e oltre

NOMINA SUNT CONSEQUENTIA RERUM

Ci eravamo ripromessi di tenerci il più possibile lontani dalle miserie di Campi Bisenzio, territorio che da un punto di vista finanziario, morale e culturale appare devastato, una specie di scenario post-apocalittico in cui le vecchie realtà sono state spazzate via e non sono state sostituite da nulla, l’unica cosa essendo rimasta essendo i vizi delle vecchie realtà. Però, come si fa. Così ce le tirano dalle mani. Ci riferiamo alla recente uscita del sindaco Fossie, al comando di una barca alquanto malmessa ma che si è scoperto una vena da eroe eponimo. Dopo la rinominazione del Teatro Dante, ecco la sua ultima più recente uscita: “Nei prossimi mesi individueremo 10 luoghi a cui daremo un nome. Si tratta di spazi anonimi nel territorio del Comune a cui daremo un’identità. Il ricordo e la memoria, infatti, sono convinto che rappresentino un tassello fondamentale di una comunità…Dare un’identità a questi spazi sarà un modo per far affezionare le persone”. Mai avevamo pensato che in solo 4 righe fosse possibile concentrare una simile quantità di cazzate; ma la realtà ci smentisce e ci sorprende. Che dare un nome carino a un posto sia un modo per far affezionare le persone poteva venire in mente solo a un minus habens. Prova a dare un nome carino (tipo: piana del buon respiro) al posto dove dovrebbe sorgere l’inceneritore, e vedrai come ci si affezionano. La realtà è esattamente opposta; è perché quel posto suscita simpatia che gli viene messo in nome carino. Allora val forse meglio fare prima un ragionamento, come sarebbe bene fare prima di far dichiarazioni a vanvera: come nasce un nome?

1. UN PO’ DI SEMANTICA

Prendiamo il termine italiano broglio. Questo lo sapete tutti che cosa sia. Però è un termine che non c’è mica sempre stato; in effetti è nato nel Cinquecento. Perché prima non c’era e poi si è sentito il bisogno di coniarlo? La spiegazione sta nel significato del nome; i senatori veneziani, che a quell’epoca erano adusi a vendere il loro voto in senato, erano soliti contrattare la compravendita del voto mentre passeggiavano nello spazio verde del cortile di fronte al palazzo ducale. Quel cortiletto, in veneziano, si chiama brolio. Dunque il voto in brolio era il voto che si era venduto, il voto di scambio di allora. Quindi quel termine è nato quando il fenomeno della corruzione politica è diventato tanto importante da doverlo segnalare come tale, come broglio. Di qui il termine, che è nato così e ha preso quella specifica forma perché c’è questa storia dietro. Ci fosse mai stato a Campi un malaffare simile, l’avrebbero chiamato disfatturio oppure magari associazionio. Tutto questo per dire una cosa molto semplice: se ci si riflette, i nomi non sono a caso. Sono il precipitato semantico della memoria di una comunità, che vive in un luogo, che lo trasforma e che vi costruisce il proprio linguaggio. Ma, come in una vecchia canzone, tutto questo Fossie non lo sa. Crede di vivere nel mondo di Happy Days, e crede che il sindaco sia anche il padrone del linguaggio. Come Adamo, vuole essere lui a dare il nome alle cose. E qui cominciano i dolori. In primo luogo, 10 luoghi anonimi a Campi non ci sono; se ci sono, vuol dire che sopra non ci sta nessun essere parlante, e quindi è perfettamente inutile denominarli. Quindi, rectius, Fossie voleva dire rinominare. Ma, in secondo luogo, rinominare non significa affatto fondare ricordo e memoria, come invece pretenderebbe il Fossie. E’ esattamente il contrario; è proprio perché la specie umana è capace di ricordo e di memoria che sente la necessità dei nomi, altrimenti come potrebbe esprimere quel ricordo e quella memoria? Quindi i nomi non nascono nel vuoto; altrimenti sono nomi artificiali. E tutti i tentativi di creare lingue artificiali, dal Seicento in poi, sono tutti naufragati, perchè nessuna lingua artificiale ha né la forza né la cogenza della lingua naturale. Quindi si può concludere fin da subito che l’intendimento di Fossie, per quanto baldanzoso, esiterà in nulla e si rivelerà una cazzata. Il fatto è che, e qui siamo al terzo luogo, Fossie la pensa così perché evidentemente ha una concezione proprietaria del linguaggio; affetto da una cultura nutrita evidentemente a imbonitori televisivi e a giornalisti ignoranti, egli a quanto pare ritiene che c’è chi ha diritto, per carica o posizione sociale, a inventare le parole di sana pianta. Che questa sia la segreta convinzione di Fossie lo rivela un’altra storia; quella dell’intitolazione del Teatro Dante. La storia la sapete, ed è inutile ripeterla; c’è un gruppo di amici famosi di Carlo Monni (nessuno dei quali è campigiano o ha acquistato una sola azione del Teatro Dante) che vuole intitolare all’amico scomparso il Teatro di Campi. Già su questa storia di proporre di intitolare roba non propria, ci sarebbe da dire; e allora, se noi di Mente Locale volessimo che il Fossie non si chiamasse più Fossie, ma Prestifilippie? Ma lasciamo perdere. Il fatto è che il teatro non è di Fossie; è degli azionisti dell’Accademia dei Perseveranti, i quali non sono stati nemmeno avvertiti dell’operazione (si dà il caso che uno di noi lo sia) e poi della città. Ve lo immaginate un sindaco di Firenze che delibera che Palazzo Vecchio non si chiami più Palazzo Vecchio, ma Palazzo Renzie (ora speriamo di non avergli dato un’idea)? Ebbene, ora si può, nella concezione proprietaria del linguaggio che ha Fossie. Il quale però ignora la forza del linguaggio, che si fa beffe di sindaci, amici potenti e simili baggianate, ed è la cosa più democratica che c’è. Si può infatti vaticinare con assoluta sicurezza che nella parlata comune il Teatro Dante rimarrò Teatro Dante, e diventerà Teatro Monni solo nei comunicati stampa del Comune e nelle locandine. Perché una tradizione centenaria non si sradica con un’operazione a tavolino.

2. UN PO’ DI SINTATTICA

Tutto questo riguarda la semantica, cioè il significato dei nomi; ma poi c’è la sintassi, ossia la maniera in cui le parole stanno insieme tra loro in un discorso. E, come c’è la sintassi delle parole, c’è la sintassi degli spazi; i luoghi sono uniti negli stessi spazi perché hanno relazioni tra loro, e costituiscono un insieme sensato e riconoscibile che noi chiamiamo spazio, oppure città, patria, ecc. Quindi prima c’è la sintassi dei luoghi, e poi c’è la sintassi delle parole; le parole traducono un ordine interiore che, se volete, è un ordine dell’anima. Nel linguaggio, nella denominazione delle cose, si esprime appunto tale ordine. E che ordine sarebbe, secondo Fossie? E’ chiaro; un ordine del sindaco. Che cosa c’è di più ridicolo che volere imporre i nomi e definire le relazioni tra i luoghi e le persone tramite un atto amministrativo? E’ roba da delirio di onnipotenza. Rifletteteci un attimo: San Pietroburgo si chiamava così, poi è diventata Pietrogrado, poi Leningrado, e ora è ritornata San Pietroburgo. Dietro tutti questi cambiamenti di nome ci sono passaggi storici importantissimi, ci sono tragedie di enormi proporzioni (come ad esempio l’assedio di Leningrado). Non c’è l’atto amministrativo di uno che, spinto dalla lettera di qualche vip, voleva cambiare il nome alla città per qualche amico morto.

Ma, potreste dire, in fondo sono questioni di poco conto; che ce ne frega dell’empito eponimo del Fossie. Se dite così, siete miopi. Perché chi ruba denaro è un ladro e rende qualcun altro più povero; ma chi ruba le parole è un ladro all’ennesima potenza e rende tutti infinitamente più poveri senza rendere sé più ricco. Ma oltre a ciò, c’è la seconda questione: un sindaco non ha né può avere poteri particolari per cose che riguardano la lingua, la memoria, i ricordi. Il comune non è un comune etico. Anzi le istituzioni, se intendono rettamente il proprio ruolo, dovrebbero tenersi accuratamente lontane da queste cose, lasciando che la naturale evoluzione del linguaggio, che è la naturale evoluzione della comunità, segni il suo passo. Pensarla diversamente è solo il segno di una concezione piccina e miserabile del ruolo dell’amministratore, che vorrebbe annettersi, con provvedimento burocratico, anche la lingua degli uomini, dopo averne già devastato il territorio.

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Questa voce è stata pubblicata il 31 maggio 2014 da in Editoriale con tag , , , , , , , , , , .

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