Mente Locale della Piana

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SE NICOSIA CONFINA CON LA PIANA

La crisi finanziaria scatenata dal crac del sistema bancario cipriota sembra lontana e persa nei brevi trafiletti dei giornali. C’è Bersani che deve fare un governo. Ci sono le elezioni a Campi, vuoi che si perda tempo a occuparci di un paesucolo che, anche a pagare, non c’è verso di trovare sulla carta geografica? Anche la Grecia è in crisi; anche il Portogallo e l’Irlanda. Per non parlare della Spagna (ma è meglio fermarci qui…). Insomma, che questi ciprioti si arrangino un po’. Eppure questo modo di vedere è miope; perché a seguirla bene, la storia di Cipro ci racconta una cosa che prima o poi potrebbe accadere anche qui; anzi forse sta già avvenendo.

La crisi di solvibilità
La crisi cipriota è in primo luogo una crisi del sistema bancario; per dirla in soldoni, le banche cipriote non sono in grado di pagare i debiti. Obbligazioni, titoli derivati, tutta roba di cui si sono riempite i forzieri finché le cose andavano bene; ma ora questi titoli non valgono più nulla, i debitori vogliono passare all’incasso, e i soldi non ci sono. Per pagare i debiti, alle banche cipriote occorrerebbero 16 miliardi di euro. Il che vuol dire due cose; tecnicamente, il sistema bancario cipriota è fallito. Quando un’entità (che sia un’impresa, una banca, un privato) non ha più i soldi per pagare i creditori, va fallito. È successo in Grecia, è successo in Islanda, è successo in Spagna, e quindi forse questa storia la sapete. Solo che il sistema bancario non può andare fallito; quindi bisogna trovare 16 miliardi di euro. Come si fa? Normalmente, si ricorre al prestito interbancario; le banche che si trovano in problemi di solvibilità chiedono prestiti ad altre banche. Solo che banche in salute ce ne sono poche; e quelle poche non si fidano a prestare i soldi ad altre banche (e, a dire la verità, quasi a nessuno). Benché la banca Centrale Europea le abbia inondate di liquidità, non prestano nulla. A questo punto, non avendo più accesso al credito, la situazione delle banche cipriote diventa disperata. Chiedono perfino aiuto alle banche greche, per quanto la cosa sembri comica; e poi devono abbozzare. A questo punto, devono intervenire le istituzioni. E infatti intervengono la Banca Europea, l’Eurogruppo e il Fondo Monetario Internazionale (la famosa troika), che sanno che a questo punto il prestito interbancario europeo, una delle assi portanti dell’Euro, non funziona più (era questa la seconda cosa). Quindi la crisi di Cipro rischia di diventare una crisi dell’Euro. Perciò la Troika interviene (altrimenti non gliene fregherebbe nulla di Cipro… proprio una bella Europa abbiamo tirato su) e apre il portafoglio.
In realtà, 16 miliardi di euro non è una gran cifra; sono un paio di anni di IMU italiana, per cui divisi su tutta Europa non sarebbero un gran problema. Ma nelle banche cipriote ci sono anche un sacco di soldi russi, perché Cipro, in nome della libertà di movimento dei capitali, attrae un sacco di soldi dalla Russia (che forse non sono proprio puliti puliti). Perché salvare le banche cipriote a tutto vantaggio dei russi? Che paghino un po’ anche loro! E quindi la troika si inventa una soluzione capestro; dei 16 miliardi mancanti, né fornirà solo 10; gli altri devono saltare fuori da un prelievo forzoso sui conti correnti depositati nelle banche cipriote. Così i russi pagheranno per forza.

La crisi di liquidità
Sembrerebbe l’uovo di Colombo, se non fosse per un particolare; appena si saprà la notizia, i ciprioti (e anche i russi) correranno a svuotare i loro conti correnti per evitare il prelievo forzoso. In tal modo la crisi di solvibilità diventerà una crisi di liquidità; le banche cipriote avranno i soldi per pagare i fornitori, ma, una volta svuotati i depositi, non ci sarà più un centesimo disponibile. Quindi diventa necessario tenere chiuse le banche per impedire la corsa agli sportelli. Cosa che infatti viene fatta di corsa. Tuttavia, in quest’epoca in cui i soldi si spostano via Internet, tenere chiusi gli sportelli non basta; bisogna anche impedire che i capitali si spostino da e verso Cipro. Di fatto, Cipro deve essere isolata – e lo è – dal resto del sistema finanziario europeo. E qui si capiscono due cose: 1) con la propria mossa, la troika ha fatto capire che tutto sommato l’esplosione del sistema bancario cipriota è un fatto secondario, data la piccolezza dell’isola; 2) con l’isolamento finanziario di Cipro dal resto dell’Unione, si può dire che l’operazione in corso a Cipro sia di fatto una prova generale di uscita di un paese dall’Euro. Se un paese decidesse o fosse costretto a uscire dall’Euro, succederebbe proprio quello che sta succedendo ora: banche chiuse, scambi bloccati, e così via. Con un po’ di fantasia, si potrebbe sostenere che il caso cipriota sia un esperimento su piccola scala di che cosa succederebbe nel caso che Grecia (o Portogallo, o Spagna, o Italia) escano dalla moneta unica. Il vantaggio è che, essendo la scala molto piccola, l’effetto non disturba gli sperimentatori; i debiti delle banche cipriote in mano a quelle tedesche o inglesi sono piccolissima cosa. Diverso è per i russi ma che si arrangino un po’.

E adesso… noi?
Lo diceva Rod Steiger alla fine di Giù la testa di Sergio Leone. Lo dovremmo dire anche noi. Il fallimento della piccola Cipro ci sembra lontano e remoto, eppure questa storia ci riguarda da vicino, in primo luogo perché può succedere anche qui; in secondo luogo perché testimonia del fallimento di quell’Europa in cui voler continuare ad avere fiducia, dopo tutto, è più un atto di fede che di ragionevolezza. Ma, in terzo luogo, le politiche di mors tua vita mea che alcuni stati europei attuano a danno di altri per quanto, nominalmente, si sia tutti nella stessa Unione, non sono forse attuate anche qui, da vari soggetti e su scala diversa? Non si comporta forse il comune metropolitano in modo rapace nei confronti dei comuni contermini della Piana quando sacrifica tutto il territorio di questi ultimi ai propri equilibri e ai propri interessi? Le spese per il sottoattraversamento della TAV e per la pista parallela non sono un’enorme attrazione di risorse per infrastrutture al servizio del comune metropolitano e di nessun altro? Se queste risorse fossero state spalmate su tutta la Piana, magari per la riqualificazione degli edifici storici (sa il cielo se gli edifici dei centri storici dei comuni della Piana non ne avrebbero bisogno), quanto ne avrebbero beneficiato questi ultimi (che numericamente, vorremmo ricordare, ormai sopravanzano di gran lunga gli abitanti del solo comune metropolitano)? Quindi c’è poco da accusare l’Europa, visto che tra uguali ci si riconosce al volo.
Perciò la storia di Nicosia è interessante; perché ci parla di una strada che alla fine ci porta proprio lì, tra le banche della sfortunata e ormai non più lontana Cipro.

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Questa voce è stata pubblicata il 29 marzo 2013 da in Editoriale con tag , , , , , , , , , , , , , , .

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