Mente Locale della Piana

Il Comitato che vi svela le verità nella Piana Fiorentina e oltre

IL VALZER DEGLI AEROPORTI

È in corso un riposizionamento nella composizione delle società che gestiscono i maggiori scali aeroportuali italiani, vasto e di grande respiro, e che è inevitabilmente destinato a influire anche sui destini dell’aeroporto di Peretola. In effetti, uno degli errori più grandi di coloro che si sono posti di traverso alla realizzazione della famosa pista parallela, amministrazioni di Sesto e di Campi in testa, è stato quello di ritenere di poter giocare l’intera partita sul piano della politica locale e all’interno degli equilibri del PD fiorentino e della Piana. Non a caso, quando la faccenda è diventata di livello nazionale, è subito intervenuta la Regione Toscana, e il resto è storia… . Se si tiene conto dello scenario nazionale, insomma, si capiscono tante cose, ed eccovi lo scenario.

La marcia su… Fiumicino

Con grande lungimiranza, il gruppo Benetton ha comperato nel 1998 per 93 miliardi di lire dall’IRI la Maccarese SpA, forse l’azienda agricola più grande d’Italia, 1.300 ettari di coltivazioni e di pascoli, dove tra l’altro viene prodotta la gran parte del latte romano. L’acquisto fu effettuato con l’impegno di mantenere la destinazione agricola dei terreni e l’unitarietà del fondo; quindi i Benetton si erano impegnati a non chiedere un cambio di destinazione d’uso. I Benetton tuttavia non sono un gruppo dell’agroalimentare. Che se ne facevano della Maccarese SpA? Aspettavano il momento giusto perché AdR (la società che gestisce Fiumicino) presentasse all’ENAC (Ente Nazionale Aviazione Civile) un piano di sviluppo per Fiumicino, di modo che lo scalo passasse da 36 milioni di passeggeri l’anno, dapprima a 70, poi a 100.

Chi è AdR? Il presidente del CdA di AdR è Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit e presidente di Gemina, la società che possiede il 95% delle quote di AdR. La compagine dei soci di Gemina comprende la società Sintonia (gruppo Benetton; possiede il 35,84% delle quote di Gemina); la Silvano Toti Holding (12,80% delle quote); Mediobanca (12,53%; Palenzona ne è consigliere di amministrazione); Fondiaria-SAI (4,17%); Unicredit (3,40%), più altri. Soci di minoranza con Gemina nella AdR sono la Regione Lazio (1,32% delle quote di AdR), la Provincia di Roma (0,25%); il Comune di Roma (1,32%); il Comune di Fiumicino (0,10%).

Con l’approvazione del piano di AdR, ecco che l’aeroporto deve ingrandirsi, e quindi vengono buoni i terreni acquistati con lungimiranza nel 1998; tanto più che, trattandosi di un’opera di pubblica utilità, essi verranno espropriati, e quindi il problema del vincolo d’uso è superato. Per la colata di cemento che con il raddoppio (raddoppio per ora) dell’aeroporto investirà il litorale romano, non ci sono problemi; c’è pronta la Silvano Toti, che si occupa appunto di costruzioni edili. Ma chi tirerà fuori i soldi necessari per pagare questi investimenti? Di qui un’idea brillante; farli pagare ai passeggeri. E infatti a metà dicembre 2012 parte una campagna mediatica finanziata dal gruppo Benetton, il quale compra pagine e pagine di pubblicità sui giornali (in primo luogo il Messaggero, a sua volta azionista del gruppo Assicurazioni Generali, che a sua volta possiede il 3,05% delle quote di Gemina) per convincere il Governo ad aumentare le tariffe aeroportuali di Fiumicino, portandole da 16 euro a passeggero a 26,50. Cosa che il Governo fa come ultimo atto prima di dimettersi. Secondo alcuni calcoli, l’aumento delle tariffe frutterà almeno 360 milioni di euro l’anno; e poiché la AdR ha in concessione lo scalo fino al 2044, e facile calcolare che a quella data AdR avrà incassato all’incirca 11 miliardi di euro; da notare che il solo costo del raddoppio è calcolato in 12 miliardi di euro… E il latte della Maccarese SpA? Ma di fronte a 12 miliardi di euro, vi sembrano domande da fare?

Tra Firenze, Torino e Milano

Se la battaglia per Fiumicino sembra quasi vinta per i gruppi privati che pregustano un affare miliardario, anche sulle tratte di Torino e di Milano qualcosa si muove. A Torino, dove il Czomune è in dissesto finanziario, l’attuale sindaco Fassino sta cercando di far cassa con la madre di tutte le soluzioni: le privatizzazioni. Tutte le infrastrutture costruite dalla mano pubblica indebitandosi fin sopra i capelli, ora vengono vendute ai privati; l’inceneritore, in primo luogo, persino un ospedale, ma anche l’aeroporto. Così, pur di far cassa, il comune di Torino ha venduto il 28% delle quote che deteneva di SAGAT, la società che gestisce l’aeroporto di Torino (altro faro della modernità senza il quale si precipitava nel declino… peccato però che il comune di Torino nel declino ci è precipitato lo stesso). L’acquirente è il Fondo di investimento F2i (Fondi Italiani per le Infrastrutture), presieduto da Vito Gamberale, che ha pagato 35 milioni di euro le quote del Comune (il quale, a quanto ci consta, ha un debito sui 3 miliardi di euro). Il fondo F2i però è a caccia anche del 24,4% di SAGAT, posseduto dal gruppo Benetton (a quanto ci consta, il contratto di acquisto è stato firmato nei giorni scorsi). Né Torino ha esaurito l’appetito di F2i in fatto di aeroporti; il fondo infatti già possiede il 70% delle quote di GESAC (la società che gestisce lo scalo di Napoli Capodichino), nonché il 29,8% di quelle di SEA, la società di gestione di Milano Malpensa, ed è stato protagonista di una battaglia per il controllo di quest’ultima società.

Tutto inizia nel 2011, quando il Comune e la Provincia di Milano hanno problemi di bilancio; l’amministrazione Pisapia è alle prese con il buco lasciato dalla Moratti, e il presidente della Provincia, Podestà, ha grossi problemi a chiudere il bilancio. La cosa migliore sembra vendere le quote aeroportuali, e perciò viene bandita un’asta al migliore offerente, per un primo pacchetto di quote del 29,75%. La base d’asta è di 385 milioni, ma l’unico offerente, il fondo F2i si aggiudica l’intero piatto per un solo euro di rilancio; l’offerta della società indiana SREI (che pure offriva 40 milioni di euro in più) viene respinta perché presentata dieci minuti oltre la scadenza dei termini… Scottati dal mancato introito, e tormentati dai soliti problemi finanziari, Comune e Provincia decidono di procurarsi fondi non più vendendo quote, ma facendo sbarcare SEA in borsa; i collocatori delle azioni saranno IMI San Paolo e Unicredit, e il valore previsto delle nuove azioni emesse oscillerà tra 3,2 e 4,3 euro per azione, così che gli enti locali si aspettano un introito tra i 78 e i 105 milioni di euro, cosa che permetterebbe alla disastrata SEA di distribuire i dividendi agli azionisti, e alla Provincia di chiudere il bilancio senza violare il patto di stabilità. La quotazione è però osteggiata da F2i, che vedrebbe diluire il numero delle quote possedute, e che si mette di traverso; prima della quotazione, il 20 novembre 2012, due consiglieri di amministrazione di SEA indicati da F2i (che controlla il 29,75% delle quote) scrivono al presidente della società denunciando irregolarità nella quotazione in borsa. Immediatamente scatta un’inchiesta della CONSOB, e alla chiusura dell’offerta, il 30 novembre 2012, il consenso all’offerta pubblica di vendita delle azioni non raccoglie nemmeno il 50% di adesioni. A questo punto, la situazione per la Provincia di Milano si fa difficile; senza soldi freschi non riuscirà a chiudere il bilancio, ed è così costretta a mettere all’asta il 14,5% delle quote di SEA che le rimangono. L’asta si chiude a fine dicembre e il compratore è F2i, che si aggiudica il piatto con un’offerta di 147 milioni di euro (la base d’asta era 160). Come era facile immaginare, F2i è stato l’unico offerente… In questo modo la Provincia salva il bilancio, e F2i diventa il secondo azionista di SEA; ora possiede il 44% delle quote, mentre al Comune di Milano (che ha mal digerito la bocciatura della quotazione in borsa) resta il 54,81%.

Ma il fine anno 2012 è un periodo effervescente per il fondo, che ha avanzato un’offerta per il 40% delle quote della SOGAER (aeroporto di Cagliari) e che ha acquisito anche la quota posseduta dal Comune di Torino nella società SAGAT, come detto all’inizio. Anche qui, il Comune ha grosse difficoltà di bilancio e senza cedere i gioielli di famiglia (per costruire i quali si è indebitato fino al collo) difficilmente potrà chiudere il bilancio. Così il 28% di SAGAT passa a F2i per 35 milioni di euro (il Comune sperava di incassare almeno il doppio), e F2i ritrova tra gli azionisti di SAGAT la Compagnia di San Paolo, ossia la fondazione che è il primo socio di Banca Intesa San Paolo presieduta da Sergio Chiamparino, l’ex sindaco di Torino sotto il quale il deficit del Comune è arrivato ai livelli attuali e che ora torna in veste di socio privato. Da notare che fino a un anno prima Imi San Paolo era presieduta da Corrado Passera, ora divenuto ministro per le infrastrutture nel medesimo governo in cui è sottosegretario Mario Caccia, anche lui ex dirigente di Imi dove si occupava proprio di infrastrutture.

Si potrebbe obiettare: che c’entra tutto questo con Firenze? C’entra, perché SAGAT possiede il 55,4% della società Aeroporti Holding (quindi ne è socio di maggioranza), che a sua volta è proprietaria del 33,4% di AdF. Vi dice nulla questa sigla? Ve lo diciamo noi: Aeroporto di Firenze…

Chi è F2i?

È un fondo di investimenti costituito dalla Cassa Depositi e Prestiti unitamente a soci bancari privati (Unicredit, Cariplo, Banca Intesa). È nato nel 2007 con una dotazione di 2 miliardi di euro e ha due gestioni: una dedicata al finanziamento degli enti locali; l’altra programmaticamente dedicata agli investimenti nelle infrastrutture. E qui giova ricordare una cosa: la Cassa Depositi e Prestiti, organismo nato per raccogliere il risparmio postale (quello dei libretti e dei buoni fruttiferi italiani, per intenderci, ossia il risparmio dei cittadini meno abbienti), fino al 2003 era un organismo totalmente controllato dal Ministero del Tesoro. In quell’anno, il Governo decise di trasformare la Cassa in una SpA e di inserire nel capitale le fondazioni bancarie, che peraltro hanno pagato molto poco le quote da loro acquisite, mentre hanno assunto un ruolo decisionale molto importante. E infatti dalla trasformazione in SpA l’attività di finanziamento degli enti locali è diminuita, mentre è aumentata la quota di intervento nel settore infrastrutturale (cosa che ha scoperto, suo malgrado, anche il Comune di Campi, che in passato contava su mutui della Cassa Depositi e Prestiti che poi non gli sono stati concessi: andate a rileggervi il post Che fai… ricorri?). In questo modo, il Tesoro riusciva a ottenere due obiettivi; liberava somme importanti per gli investimenti, mentre dall’altro canto trovava nella copertura finanziaria della Cassa un modo per ridurre (sulla carta) il debito pubblico. Anche i soci privati però ne trovavano convenienza, come è risultato chiaro nell’operazione che ha portato il fondo F2i ad acquisire il 4,5% del capitale delle Generali che si trovava in mano alla Banca d’Italia. Quest’ultima, che con tale quota si trovava in conflitto di interessi, ha trasferito il pacchetto al fondo F2i, il cui ruolo sarà totalmente passivo e garantirà gli altri soci di Generali, in primo luogo Unicredit. In tal modo, il capitale pubblico derivato dalla raccolta del risparmio postale serve non tanto a investire nel patrimonio infrastrutturale italiano, cosa che in sé e per sé non sarebbe affatto scandalosa, ma anche a gestire un intreccio di interessi tra tutta una serie di soggetti che si ripetono. Ne dà un esempio Unicredit, che è pienamente coinvolta nel fondo F2i ma anche nella società AdR, e che dovrebbe essere, al contempo, uno dei soggetti che finanzierà il raddoppio dell’aeroporto di Fiumicino via via che i denari dell’aumento delle tariffe affluiranno.

Quindi capitali pubblici e soci privati stanno ridisegnando la mappa della proprietà delle infrastrutture italiane, dove la mano pubblica è però sempre più quella dei grossi interessi centrali e sempre meno quella degli interessi locali, dato che gli enti locali (i casi del Comune di Torino e della Provincia di Milano insegnano, ma si parla anche delle quote del Comune di Venezia e della Provincia di Vicenza nella SAVE cedute al fondo Amber) si stanno ritirando o perché costretti dalle leggi sulla dismissione delle quote nelle società di gestione pubblico-private (approvate in dispregio all’esito dei referendum sull’acqua del giugno 2012) o perché piegati dalle difficoltà finanziarie dopo essersi svenati per la costruzione e per l’ampliamento di queste infrastrutture e svendendo tutto a meno di quanto sarebbe stato possibile introitare.

In questo gigantesco intreccio affaristico tra soggetti pubblici, banche e soggetti privati che è diventato il settore delle infrastrutture, sta anche il destino dell’aeroporto di Firenze, che è coinvolto appieno nel movimento che vi abbiamo descritto.

Stritolata tra questi giganteschi appetiti, sarà questo il destino della Piana di Firenze?

Che fai… ricorri ?

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Questa voce è stata pubblicata il 10 gennaio 2013 da in Editoriale con tag , , , , , , .

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