Mente Locale della Piana

Il Comitato che vi svela le verità nella Piana Fiorentina e oltre

Giochi di società: Ascesa e caduta delle Società della Salute nella Piana

Gli inizi
Le Società della Salute (d’ora in poi SdS) nascono nel 2002, a luglio per l’esattezza, quando il Piano Sanitario Regionale 2002/2004 ne parla. L’idea delle SdS si sostanzia quando prende corpo la convinzione che la salute non sia un fatto solamente medico; la salute, identificata con un certo benessere, non ha a che vedere con la sola medicina, ma riguarda l’organismo nella sua interezza. Sostituire il concetto di “salute” a quello di “sanità” permette di immaginare il benessere psicofisico come il prodotto di un ambiente sociale adatto; quindi per conservare la salute, come prescrive la Costituzione, occorrono non soltanto politiche sanitarie, ma l’integrazione di queste ultime con opportune politiche sociali.
L’idea che la salute non fosse riducibile alla mera medicina, in fondo era sostenuta da parecchio tempo (da filosofi come Gadamer, Reale, ecc.); ma qui non si trattava di condurre una discussione di filosofia sulla necessità di sostituire la sanità con il salutismo, bensì di pensare organismi burocratici e istituzioni concrete. Il Piano Regionale, infatti, annunciava le SdS come enti il cui obiettivo sarebbe stato “migliorare la salute e il benessere della popolazione… attraverso la programmazione di attività integrate tra il sistema sanitario e gli altri settori del governo sul territorio”. Se lo scopo dell’attività del “governo sul territorio” è infatti non la sanità, ma il benessere, quest’ultimo si realizza anche in azioni non sanitarie legate al contesto sociale.
Di qui la necessità di un organismo che metta insieme e integri le attività più spiccatamente sanitarie con quelle sociali (l’assistenza sociale, ad esempio), ossia ASL e Comuni. Come fare quest’integrazione? Lo strumento individuato è il PIS, il Piano Integrato della Salute, ossia lo strumento di programmazione delle politiche sociali e sanitarie alla cui stesura e attuazione partecipano i soggetti istituzionali e le rappresentanze locali. Il Piano del 2002 comincia dunque a dare corpo alle SdS, quegli organismi destinati a integrare e coordinare le attività volte al benessere, il cui scopo è produrre il PIS e poi metterlo in pratica. Il PIS comincia a venir precisato nella sua articolazione durante la seduta della Giunta Regionale del 12 luglio 2004, quando viene approvata la delibera 682/2004 contenente le linee guida del PIS come proposte dall’allora assessore alla sanità Rossi, massimo propugnatore delle SdS. Il PIS, che da allora diventa obbligatorio per le istituende SdS, viene definito come “strumento di programmazione integrata delle politiche sociali e sanitarie… attraverso il PIS le comunità locali governano la salute collettiva e interagiscono con il sistema di servizi”.
Ma come si realizza un PIS? Lo spiegano le linee guida; in primo luogo occorre stabilire una “Immagine della salute”. È in questa fase che l’istituenda SdS prevede la partecipazione dei cittadini; un’Immagine della salute può nascere infatti “dalla verifica della percezione diffusa di un problema” o “dal confronto con gruppi di popolazione che esprimono un problema”. Per uscire dalla barbarie del linguaggio burocratico, il PIS insomma raccoglie fatti sul territorio che permettano di farsi un’idea delle condizioni della salute in un’area. La partecipazione però finisce subito; i fatti saranno anche riportati dai cittadini, ma sono i funzionari della SdS a redigere il Profilo di Salute che, a partire dalla Immagine, permette alla SdS di conoscere la condizione sanitaria di un territorio e programmare le attività che servano a migliorare tale condizione. E infatti “il Profilo di Salute è un documento tecnico realizzato in modo integrato da esperti dedicati”.
Il PIS insomma delinea il profilo dello stato di un territorio dal punto di vista socio-sanitario e costituisce il punto di partenza per la successiva programmazione. Con la delibera 827/2005, la Giunta Regionale approverà i percorsi di avvio per la costruzione dei PIS, ed entrerà nel vivo una fase di sperimentazione durata fino al 2008 e che porterà alla costituzione di 33 SdS in tutta la Regione (di cui solo 25 attivate).
Ma com’è costituito un Profilo di Salute? Per capirlo, vale la pena di dare un’occhiata a quello prodotto dalla SdS di Firenze per il periodo 2005/2007. Si tratta di una mappatura del territorio dal punto di vista dei dati socio-sanitari: quanti sono i fiorentini, quanto vivono, quando muoiono e di quali malattie; quanti sono immigrati, quanti sono i poveri; quante famiglie vivono nel territorio e quale è la loro composizione e come esse sono suddivise nei vari quartieri. Una parte del Profilo è invece dedicata alla descrizione dei servizi sanitari e sociali offerti sul territorio. Il Profilo sarà alla base del PIS per il periodo 2008/2010, il quale spiega anche quale sia uno degli obiettivi della futura programmazione: lo stato di salute di una popolazione, secondo il PIS, è determinato da molteplici fattori, alcuni (come il sesso, l’età, il patrimonio genetico) immodificabili, altri invece influenzabili dal punto di vista culturale e perciò tali, proclama il testo, da essere influenzati, modificati e corretti: in primo luogo gli stili di vita degli individui, come l’abitudine al fumo, il consumo di alcool, i comportamenti alimentari e sessuali, l’inattività fisica, Gli stili di vita scorretti infatti sono i principali determinanti delle più frequenti malattie croniche. E infatti la diffusione e la promozione di “corretti stili di vita” è uno dei principali oggetti della futura programmazione.
Si comincia insomma a capire qualcosa di più della SdS, così come l’hanno voluta i suoi creatori; si tratta di un organismo burocratico che ambisce ad applicare standard tipici della direzione manageriale (la programmazione, il controllo) nell’ambito socio-sanitario unito tutto in un unicum e a influenzarne i comportamenti, promuovendo corretti stili di vita. Qui già potrebbero venire i primi dubbi; la sanità è un campo in cui è applicabile la razionalità burocratica manageriale? La salute insomma si programma come si programma la produzione industriale, facendo indagini di mercato, sviluppando strategie di produzione, verificando gli obiettivi? Si potrebbe obiettare che pianificazione, controllo, coinvolgimento delle associazioni e delle comunità fanno parte della governance. Ma la governance (altro termine di chiara matrice manageriale) non è il governo; più che tecnica di governo connessa alla capacità di ritrovare il necessario consenso con scelte razionali e condivise, la governance appare come il luogo di una burocrazia tecnocratica che si rapporta ai vari intrecci di interessi (legittimi per carità) sui territori, senza nessuna intenzione di sciogliere i nodi della “società complessa”. E poi: perché al fine di questa programmazione ci dovrebbe essere la promozione di corretti stili di vita? Chi lo stabilisce che quegli stili sono corretti, i funzionari dipendenti dalla SdS? E perché un organismo burocratico dovrebbero dire ai cittadini come devono vivere, all’interno di un modello salutistico prefabbricato?
Se guardiamo al dettato costituzionale, pietra di paragone per ogni organismo burocratico, si parla della Repubblica che ha come suo scopo quello di difendere le condizioni della salute. A differenza di altre costituzioni, però, la nostra non include tra i diritti-doveri tutelati la ricerca della felicità. Ciascuno può essere felice a modo suo. Peraltro, non tutte le campagne che hanno per finalità la promozione dei corretti stili di vita sono innocenti. È noto che la più grande campagna salutistica, in particolar modo contro il fumo e l’alcool, fu quella condotta dal regime nazista. Un fine nobile, si dirà, che non può essere sporcato dalla compromissione del nazismo. Invece il fine non era affatto nobile; tutta quella gente in forma fu poi spedita sui campi di battaglia. Quindi la correttezza dello stile di vita, in base a quale fine va giudicata? Perché si vuole ottenere gente più in forma e più a lungo, per tenerli alla catena di montaggio fino a settant’anni? Qual è il fine costituzionale che si vuole ottenere in tal modo? Su tutti questi punti, i documenti fondativi della SdS sono stranamente reticenti; si limitano a vacue espressioni di principio come fossero auto-evidenti. La precisa impressione è che fin dall’inizio le SdS soffrissero di una bulimia culturale, di un’insufficiente approfondimento dei principi ispiratori; che fin dall’inizio si trattasse di creare organismi burocratici che iniziavano fin da subito a tessere le proprie logiche a stabilire propri principi di funzionamento, seguendo appunto la logica manageriale che le aveva create.

La fase giovanile
Il 26 febbraio 2009 veniva finalmente stipulata la convenzione tra il comune di Firenze e la USL 10 che segnava la nascita della SdS come consorzio pubblico, il cui scopo principale era “consentire la piena integrazione delle attività sanitarie e sociosanitarie” e di rendere coerente la programmazione delle attività trimestrali con i bisogni di salute della popolazione. Nella convezione siglata da Comune e USL 10 tali erano gli obiettivi; ma anche promuovere l’innovazione organizzativa, tecnica e gestionale, oltre che sviluppare l’attività e il controllo delle attività sul territorio.
Come si proponeva di ottenere tutto ciò il nuovo consorzio? In primo luogo, tramite l’indirizzo e la programmazione strategica delle attività ricomprese nel Piano sanitario regionale, ossia, tramite il PIS; in secondo luogo, tramite il controllo, il monitoraggio e la valutazione in rapporto agli obiettivi programmati. Da questo punto di vista, la SdS si poneva come una centrale burocratica che sviluppava programmi di interventi, li validava, ne controllava l’attuazione, li valutava in base a standard prefissati di qualità. Oltre che una centrale di gestione degli interventi sul territorio, ossia dell’attuazione di servizi a fasce di popolazione che li richiedevano, la SdS si poneva compiti propri.
Come tutti gli organismi burocratici, moltiplicava le proprie attività; tendeva a assorbire competenze; e di conseguenza assorbiva risorse. Ad esempio moltiplicava i propri organismi dirigenti, tra cui era prevista un’assemblea dei soci; una giunta esecutiva; un presidente; un direttore; un collegio sindacale. I soci erano i fondatori del consorzio, che si ripartivano una serie di quote con cui pesare la propria presenza all’interno dell’assemblea. Va detto che ognuno di questi organismi era formato da rappresentanti dei vari enti consorziati, per i quali non erano previsti compensi oltre quelli già percepiti negli enti di appartenenza; ma direttore e collegio sindacale erano figure nuove, per le quali era prevista una remunerazione a parte. Il direttore era infatti assunto con contratto di tipo privatistico con retribuzione, ovviamente, dirigenziale.
Oltre a ciò, per i compiti propri, la SdS aveva bisogno di risorse; ad esempio era previsto un piano di comunicazione; come tutti gli organismi, la SdS aveva bisogno di farsi conoscere e di comunicare se stessa. Quindi oltre alle attività normali, ossia alle prestazioni sanitarie e sociosanitarie, che la SdS forniva tramite personale che veniva imprestato da USL e Comuni, c’erano spese per i vari PIS, Profili e oltre a ciò per tutta una serie di rapporti con i quali la SdS giustificava la propria esistenza. Come tutti gli organismi burocratici, la SdS oltre che servizi (ma quelli erano già prodotti anche prima) produce carta: PIS, POA (il Piano Operativo Annuale; quello del 2008 è un libro di 150 pagine, manco fosse il piano di battaglia alleato della seconda guerra mondiale), Profili, Immagini, Rapporti, e tutta quella varia congerie di parole cartacee con le quali un organismo burocratico, di solito, magnifica se stesso, le proprie funzioni e giustifica la propria esistenza (e i propri costi).
È questo il vero valore aggiunto, perché i servizi sanitari e socio-sanitari c’erano anche prima della nascita della SdS; quello che non c’era erano i PIS, i POA, i Profili e via e via. Insomma la scelta di creare non un coordinamento ma un vero e proprio consorzio produceva immediatamente i suoi effetti, anche in un altro settore. Assorbendo competenze da Comuni e USL, la SdS assorbiva anche la capacità di essere centro di spesa. Parecchi fondi regionali ora passavano per la competenza delle SdS, che decidevano come ripartirli in base alle programmazioni del PIS. Era in base al PIS e ai relativi Profili di Salute che veniva deciso quale iniziative adottare e di conseguenza che cosa e chi finanziare. Al di là dei servizi sanitari e sociali obbligatori per legge, sono i funzionari della SdS e i loro datori di lavoro a decidere che convenzioni adottare, con quale associazione, per raggiungere quale finalità. Questo potere di spesa era spostato dai comuni, dove esisteva ancora un consiglio comunale e un’opposizione dotati di poteri di controllo, alle riunioni delle SdS, nemmeno tutte pubbliche (le riunioni della Giunta esecutiva, ad esempio, per statuto non sono pubbliche).
Da notare che ben presto, dato che contiene anche le attività socio-sanitarie, la SdS sussume tutte le note convenzioni con le associazioni di volontariato a pagamento, tanto care ai comuni della Piana. Ecco un esempio: nella delibera 167/2012, la SdS Firenze Nord Ovest stanzia un contributo di euro 13.000,00 a favore della Associazione Comunali Anziani per il Volontariato per “la gestione del servizio d’informazione e orientamento rivolto a cittadini extra-comunitari”. Come al solito, non si sa a che titolo vengano stanziati questi soldi a un’associazione che per legge non può ricevere emolumenti; non c’è motivazione della spesa, e insomma tutte le magagne che abbiamo già denunciato.
Insomma certe pratiche sono state spostate da un contenitore (il Comune, dove almeno c’è un’opposizione che controlla) a un altro, dove tutto avviene con meccanismo burocratico. Come razionalizzazione della spesa, non c’è male. Chi conosce almeno un po’ la storia di questo Paese sa per esperienza che quando la spesa viene spostata in luoghi per così dire meno evidenti all’occhio pubblico, presto la spesa aumenta. E infatti la spesa sanitaria in Toscana è aumentata costantemente in questi anni, e sono state necessarie ben tre variazioni (pari a 125 milioni di euro) per permettere alla sanità regionale di assestare il bilancio 2011. Non sarà stato certo colpa delle sole SdS, però la coincidenza temporal-finanziaria resta come spia di una tendenza di fondo che poi si manifesta anche nelle SdS. Ne riparleremo alla fine.
Nel frattempo ci si muove anche nella Piana, e non solo: il 22 giugno 2009 a Calenzano viene firmata la convenzione tra USL 10 e Comuni di Calenzano, Sesto, Scandicci, Campi, Lastra a Signa, Signa, Fiesole e Vaglia che pone fine alla precedente sperimentazione partita nel 2004 (in cui non c’era Signa) e che istituisce il nuovo consorzio Società della Salute Firenze Nord Ovest. Anche qui, ai singoli soci vengono attribuite quote (sulla base della popolazione) per contare i voti all’assemblea dei soci: alla USL toccano il 33,33% delle quote, a Scandicci il 15,61%, a Sesto il 14,92% e a Campi il 13,29%. I documenti istitutivi sono più o meno una copia di quelli del Consorzio SdS di Firenze; ci sono gli stessi organi e le stesse regole (soci, giunta esecutiva e presidente, che sono già stipendiati dagli enti consorziati, non beccano un euro aggiuntivo di indennità; il direttore e il collegio sindacale invece sì).
Il Consorzio nasce ricco; oltre ai fondi regionali, è dotato dei trasferimenti da parte dei comuni (che cedono competenze e di conseguenze risorse) al nuovo organismo e ha la potestà di stipulare patti territoriali con associazioni del terzo settore, tanto più che la novella SdS FI Nord Ovest ha un proprio budget di spesa; quindi potestà di spesa autonoma con determinazioni di spesa autonome. Più che una razionalizzazione della sanità toscana, insomma, la partita della SdS sembra una moltiplicazione del centri di spesa e infatti i costi aggiuntivi ci sono: primi tra tutti gli stipendi del direttore della SdS, che (in base al bilancio 2010 approvato con delibera A.S. della SdS 14/2011 del 14 luglio 2011) ammonta a 131.634,112 euro, e le indennità dei membri delle collegio sindacale (altri 37.280,02 euro) cui vanno aggiunti altri 20.364 euro di Irpef pagata sui medesimi emolumenti. Possono sembrare spiccioli ma moltiplicate la cifra per tutte le SdS della Toscana…

E via e via verso un futuro radioso
Uscite dalle sperimentazione, le SdS sembrano avviate verso un futuro radioso, e invece l’orizzonte si fa subito plumbeo; la Legge Finanziaria 2009 (L. 191/2009) aboliva infatti le Comunità Montane nonché i Consorzi di Funzione tra Enti Locali; e le SdS sono proprio di questo tipo… Scatta immediato il ricorso alla Corte Costituzionale da parte della regione Calabria per la parte relativa alle Comunità Montane e della Regione Toscana per la parte relativa ai Consorzi: il Governo avrebbe legiferato in materie che sono di competenza regionale.
La Corte Costituzionale si prende quasi un anno, e poi, il 17 novembre 2010, emette la sentenza 326/2010 che rigetta i ricorsi, con la motivazione che le finalità di razionalizzazione della spesa pubblica nel concorso di tutti gli Enti Locali “sono prevalenti rispetto alla potestà legislativa delle Regioni”. In altri termini; per snellire la spesa pubblica da inutili doppioni che aumentano solo le uscite, il governo ha diritto di intervenire anche sulle scelte compiute dalle Regioni, il che equivale a dire che i Consorzi non snellivano nulla, che il Governo ha pieno diritto a intervenire e che le Regioni non possono farci nulla.
Le conseguenze sono immediate; fioccano interrogazioni in tutte le sedi per sapere che fine faranno la SdS (ad esempio il gruppo UdC ne presenta una al Consiglio comunale di Empoli il 29 novembre 2010, appena 5 giorni dopo la pubblicazione della sentenza della Corte Costituzionale in Gazzetta Ufficiale). E ovviamente la Regione deve rispondere. Lo farà al Consiglio regionale del 7 dicembre 2010 l’allora assessore Scaramuccia, che sosterrà che la sentenza 326/2010 non entra nel merito delle SdS, non tocca i principi ispiratori di questo strumento e non cancella il valore e il significato di questa esperienza. Una difesa a oltranza insomma; le SdS vanno ripensate in base alla Sentenza, che però non le abolisce.
Eppure difendere le SdS diventa sempre più complicato; nel frattempo si muove anche la Corte dei Conti, che nel marzo del 2010 ha votato una delibera allegata alla quale c’è una Relazione sulle politiche sanitarie nella Regione Toscana (2007-2008). La Corte dei Conti, dopo aver rilevato che nel 2008 le casse della gestione sanitaria erano in rosso di 95 milioni di euro (p. 79 della Relazione), affrontava di petto la questione delle SdS, non nascondendo forti perplessità. Tra le 8 SdS avviate alla sperimentazione, soltanto 15 avevano infatti anche solo avviato il percorso destinato a portare al PIS, e oltre a ciò, a quanto aveva potuto rilevare la magistratura contabile, “la principale attività posta in essere dalle SdS sino ad oggi riguarda la programmazione, tramite l’adozione di Piani Integrati di Salute, che dovrebbero sostituire il Piano di zona e il Programma operativo di zona” (p. 77). Insomma, la principale funzione svolta delle SdS sembrava alla Corte dei Conti non tanto l’erogazione di servizi quanto la stesura di piani, che peraltro non sembravano avere inciso a fondo sui territori, visto che la Corte stessa si riservava un secondo giudizio “con la prossima fase di programmazione” (a partire dunque dal 2011). Qualora in tale fase le SdS non avessero registrato “un decisivo apporto”, la Corte consigliava “un complessivo ripensamento” della costruzione stessa delle SdS.
Anche il TAR regionale interveniva, investito della questione a fronte di un contenzioso aperto tra le SdS e alcune associazioni dei disabili, in particolare dopo la richiesta della SdS di Empoli di un ticket di compartecipazione alle spese da parte dei cittadini nei cui confronti venivano erogati i servizi. A ciò seguiva l’immediato ricorso della ADUC e l’ammissione del ricorso da parte del TAR (ordinanza 754/2010). Nella censura del TAR il sistema delle SdS disapplica i criteri generali e di garanzia espressi dalla stessa normativa regionale.
Né questo era l’unico tipo di contenzioso generato dalle SdS, i cui criteri di aggiudicazioni dei servizi con le associazioni del terzo settore erano anch’essi oggetto di ricorso, come accaduto exempli gratia alla SdS della Valdinievole, che il 9 luglio 2012 si è vista impugnare il contratto sottoscritto con il consorzio CO&SO di Pistoia. Persino le associazioni degli utenti, ossia coloro che, nelle carte istitutive della SdS dovrebbero essere i primi beneficiari dei servizi del nuovo organismo, protestano; l’associazione ADUC e il Coordinamento Etico Nazionale Caregiver si rivolgeranno direttamente addirittura a Enrico Bondi, commissario governativo alla spending review, per chiedere l’abolizione della SdS.
Di fronte a un fuoco di fila così fitto, le certezze della Regione cominciano a vacillare; filtrano voci di volontà di chiusura delle SdS e a questo punto si ribellano queste ultime, a cominciare da Riccardo Varese, presidente della SdS Lunigiana, che addirittura paventa lo spostamento armi e bagagli della Lunigiana in un’altra Regione dichiarando “tutto va bene pur di uscire da una situazione incomprensibile e ingarbugliata come quella toscana”.
Che l’esperienza delle SdS sia stata fortemente contrastata e non troppo felice, può essere vero e può essere dovuto ai difetti contenuti nel progetto già in nuce: voler creare una sorta di struttura managerial-burocratica, destinata a sovrintendere zona per zona alle scelte socio-sanitarie, contrattando direttamente con i soggetti attivi dei territori (associazioni del terzo settore in primo luogo) in una struttura chiusa, poteva forse andare bene anni fa; ma in questo periodo di crisi economica e con tutti i sistemi di controllo ben attenti a sanzionare inefficienze del sistema, è tutt’altro paio di maniche. Peraltro anche la scelta di trasformare gli assessori alla sanità in manager attraverso la scelta delle SdS era ovviamente rischiosa e malpagante; i manager veri rispondono all’assemblea degli azionisti, cui devono recapitare dividendi; gli assessori sono politici che rispondono ai territori e sono ben attenti agli equilibri e agli interessi cui devono la propria rielezione. Del resto anche la preparazione manageriale dei rappresentanti dei soci non sembra proprio impeccabile; tra di loro ci sono persone dal prestigioso titolo di studio di grafico pubblicitario o il cui curriculum formativo vanta la partecipazione alla scuola di partito delle Frattocchie… Anche voi manager, insomma; e perché non anche cardio-chirurghi? Quindi le scelte di gestione manageriale sono scelte a metà; ci si dà un profilo aziendale, ma poi a dirigere la baracca ci sono i soliti politici e funzionari dell’amministrazione pubblica. Ma forse la partita è comunque perdente: forse riciclare gli assessori come manager è comunque un passo indietro, e meglio varrebbe lasciarli nel loro ruolo (e nella loro responsabilità) politico in cui presentarsi ai cittadini-elettori, invece che agli altri soci-manager, per giustificare il proprio operato; forse la sanità non può essere gestita come un’azienda; forse è la pubblica amministrazione che non può essere gestita come un’azienda e che si deve ispirare ai valori costituzionali che deve attuare, invece che a una logica manageriale. Forse è la trasparenza delle scelte di fronte ai cittadini che abbassa i costi, invece che la moltiplicazione degli uffici in cerca di una razionalizzazione che non basta mai, tanto che c’è sempre spazio per una nuova riforma.
O forse la vicenda delle SdS va vista nel contesto globale della sanità toscana, che ultimamente scricchiola abbastanza; dopo il buco di 300 milioni di euro della USL di Massa, dopo la dimissioni dell’assessore Scaramuccia (spia di contrasti irrisolti sulla gestione della sanità), si accumulano sulla stampa voci su una presunta gestione allegra da parte della USL di Siena… Forse è un sistema intero che va in crisi e la SdS non è che un ramo collaterale di questa crisi. Forse ciò che è in crisi è il modello annunciato nel Piano Sanitario regionale 2008-2010 al punto 2.5: la Sanità come “volano di sviluppo economico”. Il Piano recita, tutto fiero, che “Il SSR contribuisce consistentemente alla generazione dei redditi dell’economia toscana e rappresenta un elemento di stabilità del reddito complessivo regionale”. Sarà anche vero, ma questo significa gravare il sistema sanitario regionale di compiti che la Costituzione non gli attribuisce. Nella Repubblica che la Costituzione disegna, il sistema sanitario ha il compito di assicurare il diritto alla salute e, dove sia minacciato, difenderlo e promuoverlo, non certo quello di diventare un’industria che ha lo scopo di generare reddito e assicurare PIL. Generare reddito e PIL è certo possibile se si creano nuove strutture e altri centri di spesa e si mettono in circolazione masse monetarie cospicue e ci si dota di un formidabile organico (secondo il Corriere Fiorentino del 28 ottobre, 1 toscano su 72 lavora nella sanità), ma tutto va ovviamente a carico delle casse pubbliche; quindi poi bisogna vedere se il sistema tiene. Trasformare la sanità in una macchina che genera redditi e soddisfa interessi economici è certo utile per fare carriera politica, ma espone fatalmente tutto il sistema al rischio di un crollo finanziario. Se la sanità diventa un’industria, è bene tenere a mente che le industrie possono fallire perché le risorse pubbliche non sono illimitate.
Ecco, se le SdS sono state società di produzione di beni e servizi, ci pare da questo punto di vista di poterle paragonare alla Enron, che alla fine non vendeva nulla, però lo vendeva bene. Fino, appunto, alla fine.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 novembre 2012 da in Inchieste con tag , , , , , , , , , , , , , .

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