Mente Locale della Piana

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Dossier: IL LAVORO AI TEMPI DEL DISASTRO AMBIENTALE – Il caso Ilva

Il lavoro, cazzo, il lavoro
Silvio Orlando in Sud di G. Salvatores

Potrebbe sembrare bizzarra la scelta di occuparsi dell’ILVA di Taranto, che è tanto, tanto lontana dalla Piana fiorentina. Invece, e questo lo scoprirete leggendo la storia che si svolgeva e si svolge a Taranto, ci riguarda parecchio, ma parecchio da vicino. È un po’ la nostra storia, insomma. Quindi stavolta vi consigliamo (a chi vuole, non costringiamo mica nessuno) di leggere anche atti e carte, che trovate nella nostra pagina documenti:

Per chi ha meno tempo, invece, ecco qualche opportuna considerazione.
Secondo la perizia epidemiologica che, tramite un incidente probatorio, è diventata una delle fonti di prova al processo contro l’ILVA per disastro ambientale, nei soli quartieri di Borgo e Tamburi e per le soli emissioni di PM10 sicuramente riferibili all’ILVA, ci sono stati tra il 2004 e il 2010, 91 morti. Poi vengono tutte le altre fonti di inquinamento. Poi vengono le malattie cardiovascolari, i tumori, le malattie respiratorie. Una strage, insomma. È come se tra l’ILVA e la città di Taranto fosse stata dichiarata una guerra, con morti e feriti (o, per meglio dire, ammalati). È lavoro questo? Il lavoro non dovrebbe costituire la ricchezza di una comunità, la garanzia della crescita comune e il luogo in cui i cittadini entrano in rapporto tra loro nell’edificazione della loro città? Che cosa sono questi morti, questi feriti? Che cosa è questo lavoro?

Il lavoro e i suoi diritti
Partiamo dai fondamentali. Il lavoro è un diritto costituzionalmente protetto:

Art. 1: l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro.

Art. 4: la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere un’attività e una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società.

Art. 35: la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.

Art. 36: il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

Come a dire che, per la Costituzione italiana, il lavoro non solo è un diritto, ma un dovere: è il luogo della crescita comune. Chi è tenuto fuori dal lavoro è come se non fosse un cittadino come gli altri, è un isolato, un outsider, è fuori dalla comunità; e la Repubblica, secondo i costituenti, non deve lasciare indietro nessuno. È anche il luogo dell’elevazione, della crescita professionale che è anche crescita umana; il lavoratore sviluppa competenze, saperi, entra nel processo del lavoro grezzo, informe, e apprende, diventa portatore di saperi e competenze; da semplice uomo diventa uomo faber, capace di costruire e trasformare il mondo.

Il lavoro e la salute

Il lavoro, insomma, è un bene costituzionalmente protetto, perché la Costituzione gli riconosce un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’individuo e della comunità; ma non è l’unico bene costituzionalmente protetto. C’è anche la salute. E il lavoro, come sa bene da più di cent’anni la giurisprudenza italiana del lavoro, almeno dai tempi di Fusinato, è anche fonte di fatica e di malattia. Di qui lo sviluppo di forme di previdenza sociale e lavorativa (INPS, INAIL) e l’attenzione particolare della Costituzione per la salute.

Art. 32: la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.

Art. 38: i lavoratori hanno diritto che siano provveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in casi di infortunio, malattia, vecchiaia, disoccupazione involontaria. Salute e lavoro insomma devono andare insieme secondo il dettato costituzionale. La salute è la condizione perché l’individuo possa lavorare e, lavorando, contribuisca al benessere comune. Se non può lavorare, la Repubblica se ne deve prendere cura. Se lavoro e salute confliggono, la Repubblica deve trovare i mezzi per rimetterli insieme. Questo dice il dettato costituzionale.

Questo è ciò che non è avvenuto a Taranto.

Una storia vera

La storia di Taranto il lettore può leggerla sotto e farsi un’idea. Qui qualche considerazione preliminare. Quanto l’ILVA comprò, dall’IRI, lo stabilimento di Taranto nel 1995, ci sarebbe stato da investire molto, perché gli impianti erano vecchi e malandati. Proprio perché erano vecchi e malandati inquinavano tanto.

Un giudice (si può leggerlo sotto) ha fatto i conti in tasca all’ILVA e ha scoperto che avrebbe avuto, profitti alla mano, la possibilità di realizzare questi investimenti. Ma non lo ha fatto perché il Ministero dell’Ambiente non l’ha costretta a farlo. Nè la Regione. Nè il Comune di Taranto. Certo si sono promosse cause, come mostra la sentenza riportata sotto, ma in fondo l’ILVA ha sempre prodotto, ha sempre avuto le autorizzazioni a produrre, ha sempre ricevuto le disposizioni AIA e le ha sempre disattese, senza che il Ministero facesse nulla per impedirlo. Che si andasse diritti filati verso il disastro ambientale era già chiaro anni fa. Ma nessuno ha fatto nulla per impedirlo, fino ad oggi.

O meglio, proprio nessuno no. Ci sono stati singoli funzionai coraggiosi, nel Comune di Taranto, nella ASL (ma ci sono stati anche consulenti ora accusati di essere stati a libro paga dell’ILVA). Ma soprattutto ci sono stati i cittadini. Le denunce sullo stato delle cose che hanno portato al processo di oggi dell’ILVA, quello che ha visto l’ennesimo sequestro degli impianti, è stato frutto anche del lavoro (quello che, si diceva, fa crescere la comunità) di Legambiente e Peacelink, che si sono pagati di tasca propria le analisi sui formaggi prodotti nella zona, regolarmente risultati pieni di diossina. E questi risultati sono stati acquisiti agli atti processuali. I soliti ambientalisti del degrado, quelli capaci di dire solo no. Mentre i politici dello sviluppo, che invece sono capaci di dire sì, hanno detto sì al disastro ambientale.

Ed ecco che la storia di Taranto comincia a toccarci da vicino. L’infrastruttura capace di assicurare lo sviluppo; i cinquemila posti di lavoro creati; le opere di mitigazione; tutte le varie puttanate che ci hanno propinato in questi anni (e che puntualmente ritroviamo nella vicenda ILVA). Andate a dirle ai morti di Taranto.

Quindi quella di Taranto è una storia vera. Una storia italiana (perché, per esempio, non ci risulta che gli stabilimenti ILVA in Germania abbiano tutti questi problemi; come mai?). Una spia di come è cambiata la concezione del lavoro dai tempi della promulgazione della Costituzione; il lavoro come ricatto agitato dalle imprese (consce di essere spalleggiate dalle cosiddette istituzioni) per non dover scucire una lira e continuare a fare profitti; il lavoro che invece che arricchire fa ammalare, fa morire; il lavoro che devasta le comunità e le trasforma in quartieri in cui l’attuale ministro dell’ambiente non andrebbe a vivere. E chi invece ci deve vivere? Chi è troppo povero per andare via? Chi non ha altra alternativa che un altro turno agli altiforni e una casa nel quartiere Tamburi di Taranto? Non imponeva la Costituzione di guardare a costoro prima di tutti, di tutelare costoro, invece di tutelare ricchi imprenditori e grassi funzionari di Stato che arrotondavano con i fuori busta dell’ILVA? Non erano questi lavoratori il bene costituzionalmente protetto? E quale governo li ha protetti: quelli di centro-destra, quelli di centrosinistra, quelli tecnici? In barba a quella Costituzione che tutti i ministri, anche quelli tecnici, hanno giurato di difendere e di attuare.

Ma ecco i fatti, perché i lettori possano farsi un’idea propria.

I fatti (in base agli atti)

Il processo all’ILVA (sia nella proprietà Riva che nella procedente proprietà statale)  per l’inquinamento dovuto alla cokeria comincia  il 12 maggio 2005 su queste specifiche imputazioni:

L’omessa predisposizione di cautele contro gli infortuni sul lavoro (capo A dell’imputazione).

Le contravvenzioni di cui al D.P.R. n° 303 del 1956 (capo B).

L’inosservanza dell’ordinanza del Sindaco di Taranto n° 244 del 22 maggio 2001 (capo C).

I reati in materia di inquinamento da parte dell’ILVA (capi D, E e F dell’imputazione).

La contravvenzione di cui all’art. 25, co. 3 e 4, D.P.R. 24 maggio 1988, n° 203 (capo E).

La contravvenzione di cui all’art. 674, cod. pen. (capo D).

Il danneggiamento di arredi urbani ed edifici pubblici (capo F).

I reati contestati ai dirigenti AGIP (capi G, H ed I dell’imputazione).

La violazione dell’art. 25, D.P.R. n° 203/1988 ed il danneggiamento (capi H ed I).

La contravvenzione prevista dall’art. 674, cod. pen. (capo G).

Il problema dei ricaschi sociali e occupazionali del processo si era già posto allora: e il giudice aveva concluso che “Il giudice penale non ha il compito, né i mezzi e le capacità, di disciplinare situazioni di conflitto sociale o di preoccuparsi di assetti economici; esso è chiamato soltanto – e, se si vuole, più modestamente – a verificare se un dato comportamento di singoli individui sia sussumibile in un’astratta fattispecie di reato”.

Ma vediamo meglio la storia di questo processo, cominciando dagli aspetti tecnici.

I forni della cokeria  servono a produrre il coke, ossia il residuo fisso della distillazione a secco di una miscela di carboni fossili, che serve poi come combustibile per gli altoforni dell’acciaieria e che veniva prodotto direttamente dall’ILVA. Il coke non veniva comprato da fornitori esterni; veniva prodotto direttamente in loco. Di qui grandi risparmi. Queste cokerie, però, lavorano a temperature elevatissime (circa 1.200 gradi) e quindi i materiali sono sottoposti a sollecitazioni immense. C’è sempre il rischio che il materiale refrattario di cui sono costituiti si crepi, con fuoriuscita di fumi e gas. Ciò spiega perché ogni 20-25 anni questi forni debbano subire interventi di risanamento strutturale completo oltre a interventi di manutenzione straordinaria più ravvicinati (ogni 10-15 anni).

All’ILVA, nel 2002, c’erano cinque batterie a coppia di forni, una delle quali (i forni 3-4) risaliva al 1964, una al 1970 (forni 5-6). Ognuna di tali batterie comprendeva 90 forni. I Riva avevano comprato l’ILVA nel 1995, quando le due batterie erano già piuttosto usurate. Già nel 1996, il dottor Giua, funzionario del Dipartimento di Prevenzione dell’ASL Taranto1, aveva rilevato, dentro il reparto cokeria, sostanze cancerogene (idrocarburi aromatici) attribuendo la loro presenza all’obsolescenza dell’impianto, tanto più che i forni erano privi di impianti di aspirazione dei fumi.

Il 30 giugno 1997 veniva così stilato il primo piano di intesa tra i Riva e la Regione Puglia, “circa l’urgente necessità e l’indispensabilità di procedere in tempi congrui alla riduzione delle emissioni in atmosfera derivanti dal centro siderurgico di Taranto, con l’utilizzo delle migliori tecnologie per la riduzione delle emissioni in atmosfera”.

Nel frattempo una delibera del Consiglio dei Ministri del 30 luglio 1997 dichiarava Taranto area a elevato rischio ambientale e approvava un apposito Piano di disinquinamento. Nel Piano erano previsti molti adempimenti a carico di vari soggetti (ILVA, Regione, ecc.)

Si tratta di un onore discutibile; solo14 aree in Italia hanno meritato un onore simile. Eppure tali adempimenti o non erano intrapresi o non servivano a nulla, tanto che il funzionario della ASL Nicola Virtù scrisse nel 2000 al sindaco di Taranto e all’assessore regionale che “non può sottacersi il permanere di situazioni operative deficitarie, da ricollegarsi sostanzialmente a carenze strutturali legate alla vetustà dei forni delle batterie 3/6 nonché alla mancanza di un impianto di aspirazione e depolverazione delle emissioni diffuse nella fase di sfornamento coke” e proponeva, come rimedio, il fermo degli impianti delle batterie 3-6 e della loro sostituzione.

Quindi la richiesta di un fermo risale già a 12 anni fa. Di fronte a una tale contestazione, l’allora sindaco di Taranto, di Bello, promulgava l’ordinanza 36/2001 che ingiungeva al direttore dello stabilimento, Capogrosso, di provvedere all’installazione di un impianto di aspirazione di polveri e fumi e di sostituire le batterie incriminate.

Il 16 febbraio 2001, in un incontro con il comune, Capogrosso comunicava la disponibilità dell’azienda a perseguire la ricostruzione delle batterie pur proseguendo l’esercizio dell’attività. A seguito di ciò, una nuova ordinanza del sindaco (64/2001) ordinava a Capogrosso di presentare un programma definitivo di tale intervento. Eppure la commissione tecnica istituita per vigilare sul rispetto di tale piano rilevava, il 21 maggio 2001 che le pratiche rigorose cui l’ILVA si era impegnata erano rimaste tutte lettera morta, tanto che il 22 maggio 2001, con l’ordinanza 244, il sindaco ordinava l’immediato fermo delle batterie 3-6. L’ordinanza era impugnata dall’ILVA di fronte al TAR.

A questo punto interveniva la procura che inviava il 13 giugno 2001 due ispettori della ASL e che, il 10 settembre 2001 otteneva dal tribunale di Taranto, il sequestro preventivo delle batterie 3-6. Mentre il sequestro procedeva tra infinite difficoltà tecniche, interveniva un nuovo protocollo di intesa tra ILVA e enti locali (22 maggio 2002) che riconosceva priorità immediata tra tutti gli interventi contenuti nel piano di disinquinamento varata dal Consiglio dei Ministri, a quelli sulla cokeria, che secondo la relazione dei periti incaricati del sequestro, consegnata il 15 luglio 2002, comprendeva batterie il cui funzionamento era caratterizzato da “ricorrenti irregolarità, anomalie e discontinuità, in linea con il particolare grado di vetustà e lo stato di deterioramento e da diffusione di fumi e polveri cariche di sostanze pericolose nelle fasi di caricamento, sfornamento e spegnimento”. Ad agosto 2002, l’ILVA si rassegna allo spegnimento delle batterie, completato il 30 settembre 2002 (a quel punto il tribunale, il 16 dicembre 2002, decretava il dissequestro).

Sulla vicenda si apriva il processo del 2007 in cui il giudice concludeva che “Dunque il management – come dicono i più moderni – dell’Ilva conosceva molto bene quelle deficienze strutturali ed i rischi connessi; e, purtuttavia, ha volontariamente omesso di dotare le batterie n. 3-6 di quei dispositivi. Niente e nessuno, infatti, glielo ha impedito”. Il trincerarsi dietro a ragioni economiche (le misure da prendere costavano troppo) non convinceva il giudice: primo, perché l’ILVA aveva ampie possibilità economiche per realizzare tali misure: “stando al bilancio di esercizio relativo all’anno 2000, il “Gruppo Riva” (del quale l’ILVA s.p.a. rappresenta la società di gran lunga più importante, e che ha nello stabilimento di Taranto il suo insediamento aziendale più grande, pari a 7-8 volte il secondo (vds. test. Talpone, pagg. 5 s., trascr. verb. ud.) ha realizzato in quell’anno un fatturato consolidato di 4.947 ml./€, con un incremento del 21% rispetto all’anno precedente, ed un utile netto di 286,5 ml./€ (+ 24,6% rispetto all’anno precedente), che gli ha consentito di compiere investimenti per 595 ml./€ e, in particolare, di acquistare la società francese “SAM” per 126 ml./€ (tali notizie si leggono nella relazione del “collegio Liberti” alla pag. 26 e non sono state contestate dalle difese degli imputati)”. Secondo perché “per la nostra Costituzione, e vieppiù per la legge penale, la salute dei lavoratori viene prima del profitto dell’azienda e va tutelata anche a discapito di questo”.

Al processo del 2007 si aggiungeva anche quello del 2002-2005 in cui gli imputati Emilio Riva e Capogrosso  riportavano condanna definitiva, sempre per il reato di cui all’art. 674, cod. pen., “per avere… provocato e non impedito… continui e permanenti sversamenti di polveri e minerali accatastati nella zona dei parchi minerali dello stabilimento”.

La sentenza definitiva era pronunciata dalla III sezione penale della Corte di Cassazione il 28 settembre 2005. Quindi oltre alla cokeria era in questione anche l’area dei parchi minerari. Da notare che, prima della vicenda della cokeria, anche quella dei parchi minerari aveva visto un protocollo di intesa con opere di mitigazione: ivi si legge, infatti, che “è necessario,… anche alla luce delle sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Taranto in data 15.7.2002, dare priorità ad un intervento sui cosiddetti parchi minerali e fossili dello stabilimento”; e, nella premessa alle linee guida di intervento, allegate a quell’atto, si aggiunge: “L’intervento dovrà riguardare la realizzazione delle migliori tecniche disponibili a tutela del rione Tamburi, attraverso il barrieramento esterno all’area industriale”, al fine di “consentire una significativa mitigazione dell’impatto ambientale derivante dalle emissioni delle polveri dai parchi minerali…”: insomma, un’autentica confessione stragiudiziale!

E, solo per offrire un elemento indicativo della misura del fenomeno, basti rammentare che, tra i molti altri interventi previsti in quegli atti di intesa, v’erano “la creazione di colline artificiali e la piantumazione di circa 1.200 alberi ad alto fusto su di un’area estesa circa cinque ettari (vds. atti di intesa del 27 febbraio e del 15 dicembre 2004).”

Di qui le condanne del 2007:

● RIVA Emilio:

– pena base (ex art. 437, c.p.): due anni e nove mesi di reclusione; – aumento per la recidiva, un mese di reclusione;

– aumenti per continuazione: 15 gg. reclusione, per capo C); 15 gg. di reclusione, per capo D); un mese di reclusione, per capo F);

– pena finale: tre anni di reclusione.

● CAPOGROSSO Luigi:

– pena base (ex art. 437, c.p.): due anni e sei mesi di reclusione;

– aumenti per continuazione: 15 gg. di reclusione, per capo C); 15 gg. di reclusione, per capo D); un mese di reclusione, per capo F);

– pena finale: due anni ed otto mesi di reclusione.

● RIVA Claudio:

– pena base (ex art. 635, co. 2, c.p.): un anno e cinque mesi di reclusione;

– aumento per continuazione: un mese di reclusione;

– pena finale: un anno e sei mesi di reclusione.

● PENSA Roberto:

– pena base (ex art. 635, co. 1, c.p.): sei mesi di reclusione;

– aumento per continuazione: 15 gg. di reclusione;

– pena finale: sei mesi e 15 giorni di reclusione.

Ancora altri fatti

E così arriviamo all’oggi, al processo in corso, in cui il GIP di Taranto ha decretato il sequestro per disastro ambientale di ben sei  aree dell’ILVA: i parchi minerari (ossia l’area di 70 ettari dove l’ILVA stocca il coke e il ferro che servono per alimentare gli altoforni); la cokeria; l’agglomerato (destinato ad agglomerare i materiali ferrosi tramite combustione; in questa parte si trova il camino più alto e che produce più diossina); gli altoforni (in cui si produce la ghisa); le acciaierie (dove la ghisa viene trasformata in acciaio).

Perché di nuovo la cokeria? Non era stata risanata dopo il processo del 2007? Sì, ma solo in parte e senza cessare la produzione (come si vorrebbe fare oggi). È vero che con l’intervento del 2007 i livelli di diossina sono calati del 90%, ma sono, ahimè, ancora 5,8 volte superiori ai minimi di legge (che peraltro, come sa chi ha letto il nostro Dossier Inceneritore, non garantiscono nulla).

E il punto è proprio questo; se si deve intervenire per filtrare i fumi, è un conto, e l’impianto può continuare a funzionare; ma se si deve intervenire per rifare gli impianti, allora è un altro, e non è possibile continuare la produzione. E questo l’ILVA, e il ministero la spalleggia proclamando che l’intervento dei magistrati lede le prerogative governative di fare “politica industriale” (ma se il governo l’avesse fatta davvero, la magistratura non avrebbe avuto ragione di intervenire), non lo vuole fare. E qui c’è da fare una precisazione: le autorizzazioni AIA del ministero dovrebbero servire a dare prescrizioni alle aziende, perché si adeguino e possano produrre in piena sicurezza.

Invece ecco come viene data l’autorizzazione AIA all’ILVA, secondo le parole di Erasmo Venosi, ex-vice presidente della commissione AIA al tempo del ministro Prestigiacomo: “Il gruppo che dovrà dare la prossima autorizzazione è composto da due ingegneri, un geologo e due magistrati. Non sono due magistrati qualunque, ma membri della terza sezione del TAR del Lazio, quella che per competenza si esprime proprio sui ricorsi per le AIA concesse dal ministero. Ecco come si rilasciano le autorizzazioni per il più grande impianto siderurgico d’Europa”. Pressappochismo, faciloneria, inerzia burocratica da pare di chi dovrebbe vigilare sul rispetto delle leggi e sulla salute di operai e cittadini (sperando che non ci siano anche mazzette, ma qui c’è un’indagine in corso); nel frattempo l’ILVA continua a ricorrere contro  le prescrizioni AIA (di fronte agli stessi magistrati che hanno emesso l’autorizzazione), continua a produrre, continua a fare profitti. E i tarantini continuano a morire.

Il nuovo processo, del 2010, che ha portato alle sentenze di questi giorni, vide invece la partecipazione attiva di molti movimenti. Già Legambiente e PeaceLink si erano costituite parte civile nel processo del 2007. Nel 2010 produssero le analisi dei formaggi di un allevamento della zona (le cui pecore erano state tutte abbattute) pieni di diossina. Il giudice acquisì le risultanze e ordinò un incidente probatorio, una perizia chimica e epidemiologica che desse conto dello stato dell’ambiente.

La perizia chimica confermava che i PCB e le diossine rilevate nei formaggi venivano prodotte proprio dall’ILVA (pagina 521). Eppure come riconosceva la perizia, “i valori misurati alle emissioni dello stabilimento ILVA con gli autocontrolli effettuati dal gestore nell’anno 2010 risultano conformi ai valori limite previsti” (pagina 534). Come era possibile ciò? I periti lo spiegavano così: benchè le emissioni registrate fossero enormemente maggiori di quelle che si sarebbero avute se l’ILVA si fosse dotata di sistemi di misurazione in continuo e di tecnologie per l’abbattimento degli inquinanti, tuttavia “i valori emissivi sono però inferiori a quelli fissati nell’autorizzazione di AIA” (pagina 536).

Chi rilasciava l’autorizzazione AIA? Il Ministero dell’Ambiente, che sostanzialmente dava all’ILVA la patente di inquinare.  Tra le tecniche di abbattimento degli inquinanti, per le emissioni diffuse provenienti dai parchi minerari si consigliava la realizzazione di un nuovo stoccaggio coperto con impianto di aspirazione (pagina 552), cui l’ILVA si era sempre opposta adducendo l’eccessivo costo.

La perizia epidemiologica invece si concludeva così: “L’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in effetti di malattia e di morte” (pagina 226).

Secondo i dati epidemiologici, il programma Sentieri (Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento) ha indicato chiaramente Tamburi (con Isola, Porta Napoli, Lido Azzurro) e Paolo VI come i quartieri in cui lo stato di salute della popolazione è più compromesso, con eccessi compresi tra 20% e il 400% . Si è capito perciò perché, quest’estate, il ministro dell’ambiente Clini ha dichiarato che non vorrebbe — nè lui nè i suoi familiari —  andare a vivere nel quartiere Tamburi a Taranto. Intanto però  per quelli che ci vivono chi fa qualcosa? Il lavoro, cazzo, il lavoro. Sì e la vita anche.

E intanto, mentre amabili esponenti della classe politica si travestono con maschere da maiali per andare a feste a base di ostriche e champagne, qualcuno risponda a queste domande: Che lavoro è? Che vita è? Come abbiamo potuto ridurci così?

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Questa voce è stata pubblicata il 20 ottobre 2012 da in Dossier con tag , , , , , , , , , .

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