Mente Locale della Piana

Il Comitato che vi svela le verità nella Piana Fiorentina e oltre

IL SALARIO DELLA PAURA – Viaggio nel mondo del lavoro della Piana fiorentina ai tempi della crisi economica e dell’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori

In un rapporto del 2005, quando ancora era presidente della Regione Martini, quindi prima che arrivasse la grande crisi del 2008, l’IRPET (Istituto Regionale Programmazione Economica Toscana), analizzava il quadro complessivo dell’economia regionale. Secondo l’IRPET, in quegli anni si stava registrando la massima divergenza tra offerta e domanda di lavoro; in altri termini, la minore richiesta di lavoratori (a fronte di un deciso aumento delle persone che si affacciavano all’età del lavoro) trainava un effetto “scoraggiamento”; molti potenziali lavoratori non cercavano nemmeno più un lavoro alla cui esistenza non credevano e non si iscrivevano nemmeno più alle agenzie per l’impiego. Ciò era dovuto non tanto a una debolezza regionale, quanto a una debolezza strutturale di tutto il sistema Paese; a partire dal 2003, la crescita del PIL era stata su livelli quasi zero, Eppure tra il 1995 e il 2002, la crescita era stata quasi del 2% annuo; come mai si era verificato questo declino? Secondo l’IRPET, l’aumento precedente al 2003 era stato causato più da fenomeni congiunturali che da un vero aumento della produttività; ad esempio la forza del dollaro aveva reso competitive le merci europee, che in quegli anni erano ancora prodotte nelle varie divise nazionali; poi era arrivato il superEuro, e il vantaggio monetario era cessato subito, perché non si era riusciti a compensare questa perdita con un altro guadagno, ossia aumentando la produttività di modo che il singolo pezzo prodotto costasse meno.
Questo fenomeno di produttività stagnante si sommava secondo l’IRPET a un’altra caratteristica; l’economia toscana aveva una vocazione fortissima alla specializzazione in piccole e piccolissime imprese votate alla produzione manifatturiera tradizionale. Questo fatto secondo l’IRPET condizionava anche le dinamiche del mercato regionale del lavoro; le imprese manifestavano un fabbisogno diffuso di lavoratori con caratteristiche di affidabilità e stabilità. Ed essendo la produttività bassa, non c’era spazio per nuovi posti di lavoro in assenza di crescita.
La soluzione che in quegli anni con le varie riforme Treu e Biagi fu trovata fu la flessibilizzazione del lavoro in entrata; quella che tutti noi conosciamo con l’epiteto di precarizzazione dei giovani. In effetti, notava l’IRPET, le imprese toscane avevano fatto buon uso di questa possibilità, assumendo i nuovi lavoratori precari in modo da costituire un ammortizzatore verso i rischi congiunturali. Se la domanda cadeva, o a causa della diminuzione delle esportazioni dovute alla nuova forza dell’Euro o per altri motivi, le aziende erano leste a liberarsi dei lavoratori precari a costo zero, in quanto bastava non rinnovare loro i contratti. In tal modo, in caso di contrazione del mercato, l’azienda non ne soffriva troppo; ma il costo ricadeva tutto sul lavoratore precario. L’IRPET tuttavia notava due cose: che queste riforme del lavoro, nate in attuazione del Trattato Europeo di Lisbona che indicava il raggiungimento di un tasso di occupazione del 70% a livello comunitario, non ci avevano portato nemmeno vicino a quel tasso; e che il lavoro flessibile forse aveva causato un aumento dell’occupazione, ma non una crescita del PIL. Insomma, era un lavoro che non creava ricchezza, ma che era destinato a stabilizzare l’occupazione a un livello intermedio grazie all’accumulo di uno stock di lavoratori flessibili da utilizzare immediatamente in caso di peggioramento dei mercati. In tal modo, osservava l’IRPET, l’organico delle imprese toscane aumentava solo se si aggiungeva uno stock di lavoratori meno protetti e più facili da mandare via; e in tal modo l’organico cresceva, ma la produttività non aumentava.
Il Rapporto IRPET, dal titolo Toscana 2020, non lo diceva, ma una conclusione era possibile; la diminuzione delle protezioni sociali sul lavoro, la precarizzazione, non aveva risolto le debolezze strutturali dell’economia toscana (e nemmeno di quelle nazionali). Aveva consentito di mantenere un certo livello di impiego ma nulla aveva fatto per l’aumento della ricchezza del Paese e dei suoi abitanti. Ci avrebbe pensato la crisi successiva a spazzare via
ulteriori certezze.

ARRIVA LA CRISI

Secondo il rapporto dell’Osservatorio provinciale del Lavoro relativo al I trimestre 2010, l’occupazione nella provincia di Firenze si era ridotta negli ultimi sei semestri consecutivi. La crisi finanziaria del 2008 era arrivata alla grande, e da crisi del credito si era immediatamente trasformata in crisi dell’economia reale. Nel marzo 2010, rispetto al 2008, gli occupati erano diminuiti di 700.000 unità, facendo salire il tasso di disoccupazione della provincia di Firenze all’8,5% (ma quello della disoccupazione giovanile era schizzato al 28,2%). Di conseguenza, calava anche il tasso di occupazione (57,1%, meno 1,4% rispetto al corrispettivo trimestre di un anno prima).
Le cifre nel disastro stavano tutte nei conti della cassa integrazione: nel I trimestre 2010 erano state autorizzate 1.008.413 ore di cassa integrazione ordinaria e 1.443.999 ore di cassa straordinaria, in aumento medio del 244% rispetto a un anno prima, e con vari effetti economici (ricordiamo che la Cassa Integrazione ordinaria è a carico di lavoratori e imprese mentre quella in deroga è a carico della fiscalità generale). Ben 73 procedure negoziate di crisi aziendali erano state avviate nel I trimestre 2010, di cui 15 nella sola Firenze, e 14 a Sesto Fiorentino, prevalentemente nei settori metalmeccanico, tessile e abbigliamento. Ciò rendeva la situazione particolarmente sgradevole nella Piana, perché a differenza di Firenze, il cui comparto economico è prevalentemente orientato nei servizi, a Sesto e a Campi è (era) ancora forte il settore manifatturiero e industriale.
Di fronte al disastro, gli ammortizzatori sociali (cassa integrazione in primis) davano un sollievo alle imprese e sostenevano i redditi delle famiglie, che altrimenti sarebbero precipitati. Ma questo non valeva ovviamente per i lavoratori precari, esclusi da questo beneficio (il nostro attuale ordinamento non prevede infatti forme di sostegno per chi proviene da contratti a tempo indeterminato spalmati su periodi temporali distanti), e primi e maggiori vittime della crisi; le leggi sulla flessibilità, di cui si era detto che avrebbero consentito lavoro di accedere all’occupazione, ancorché intermittente, ora lavoravano contro di loro.
Di qui anche un secondo effetto: come osservava un Rapporto sul Mercato del lavoro 2010 nella Regione, compilato sempre dall’IRPET, l’offerta di lavoro, in contrazione, era trainata dalla domanda di lavoro non qualificato. Le imprese si concentravano sui profili lavorativi a basso contenuto di capitale umano. In altre parole, chi trovava lavoro, se lo trovava, trovava un tipo di lavoro senza competenze particolari, su cui l’azienda non investiva in formazione perché era ragionevolmente sicura di mandare il dipendente via da lì a poco. Non essendoci investimento alcuno sul lavoratore, come avrebbe potuto la produttività aumentare? E del resto, perché aumentare la produttività, se l’effetto delle politiche nazionali era recessivo nei confronti della domanda? E quindi la crisi interna si avvitava. In tal modo, si osservava con nettezza la falsità di una cosa che i governanti del decennio precedente avevano creduto vera: l’idea che l’incapacità di raggiungere alti livelli occupazionali fosse dovuta alla rigidezza delle protezioni del lavoro. Precarizzateli, rendeteli licenziabili, e vedrete che i posti di lavoro aumenteranno, perché aumenteranno gli investimenti. Il rapporto IRPET del 2010 ci mostra con chiarezza che invece si trattava di un colossale panzana, tanto più che tutte le riforme del lavoro (la Legge 196/97 c.d. pacchetto Treu, la L. 30/07 e ovviamente la recente riforma Fornero) hanno inteso la flessibilità solo come mobilità, ossia rimozione da un posto del lavoro per essere avviati a un altro. Nulla hanno fatto per creare questo nuovo posto di lavoro, né per assistere il lavoratore a ricoprirlo, nella certezza (ideologica) che il mercato avrebbe creato da sé, magicamente, tale posto, solo per il fatto di aver tolto le tutele del lavoro. Non era così, e nel 2010 questo fatto si rivelava tragicamente vero. Anzi il medesimo rapporto mostrava che in Toscana i periodi di inoccupazione, ossia di intermittenza da un contratto di lavoro precario a un altro, tendevano a aumentare nel tempo; in oltre il 70% dei casi questo periodo durava almeno fino a 24 mesi. Nell’era della precarizzazione del lavoro, insomma, dopo un periodo di tenuta alla bell’è meglio di occupazione ma senza crescita, ora succedeva un periodo senza nemmeno l’occupazione.
Anche nella Piana, la crisi era sensibile; i dati a disposizione del Comune di Sesto, avvantaggiato dal fatto di avere sul proprio territorio un’agenzia per l’impiego, mostravano come la contrazione economica riguardasse principalmente il settore manifatturiero, tradizionalmente forte nella Piana: a fronte di 1159 imprese attive nel 2009 in questo settore nel territorio comunale, nel 2010 se ne erano perse 17; ma già nel giugno 2011 il loro numero si era ridotto a 1105 (Fonte: Assessorato all’economia del Comune di Sesto).
Altri settori invece reggevano meglio, il che indicava un altro importante effetto della crisi; che l’economia tendeva a terziarizzarsi. Imprese nel settore industria sparivano e non venivano rimpiazzate, e dunque la crisi spingeva verso l’abbandono dei settori produttivi; in altri termini, la crisi spingeva verso la deindustrializzazione. Fatto confermato dal dato comunicato dalla Provincia di Firenze e riferito alle figure professionali più richieste nella Piana all’inizio del 2010: camerieri e assimilati; cuochi; commessi; braccianti agricoli; facchini e addetti allo spostamento delle merci. Oltre a ciò, al solo Centro per l’impiego di Sesto erano state aperte 45 procedure di crisi aziendali; per 349 lavoratori era stata avviata la procedura di licenziamento per cessazione attività, fallimento o liquidazione, riduzione del personale; per 1.208 lavoratori era stata avviata la messa in mobilità.
Più difficile procurarsi dati per il Comune di Campi, che non pubblica bollettini aggiornati come quello di Sesto. L’unico dato ufficiale disponibile è quello contenuto nella Relazione Previsionale e Programmatica 2011-13, dove ci si limita a dire che “nonostante la grave crisi economica che affligge l’Italia dal 2008, la robustezza del tessuto economico della città e la sua importanza su scala provinciale e regionale trova conferma nei dati più recenti… al 31.12.2010 risultano attive a Campi Bisenzio 4.822 unità locali e 3.646 sedi di imprese.
Nonostante il forte dinamismo delle attività del terziario avanzato più legato ai servizi alle imprese, il settore industriale e manifatturiero rappresenta tuttora la componente maggioritaria delle unità locali localizzate in ambito comunale”. Onestamente, sembra più un tentativo di autogratificazione del territorio campigiano, ferito ma forte e saldo nonostante la crisi, che un tentativo di leggere con fedeltà i dati e comprendere le dinamiche in atto.
Segno che anche le amministrazioni comunali non hanno tutte le stesse sensibilità e la stessa intelligenza dei fenomeni.

UN ANNO DOPO

Se il 2010 era stato un annus horribilis per la Piana e i suoi lavoratori, il 2011 sembrava andare un po’ meglio; l’emorragia di imprese cessate nel settore manifatturiero si arrestava (all’Agenzia dell’impiego di Sesto, alla fine del 2011, ne erano censite 1.106, una sola in meno rispetto a 6 mesi prima), anzi secondo i dati della provincia di Firenze verso la fine dell’anno vi era una piccola ripresa dell’occupazione nel settore industria; le ore di cassa integrazione sia ordinaria che straordinaria calavano rispetto ai picchi del 2010 (-12,6% quella ordinaria, -18,8% quella straordinaria). Mentre i livelli di scambio internazionale si ristabilivano faticosamente, dopo il buio degli anni precedenti e le turbolenze sui mercati finanziari, e cominciavano a essere riportati sotto controllo dopo la terribile estate 2010 degli incendi di piazza Syntagma ad Atene, c’era persino chi si diceva ottimista (di solito esponenti del governo nazionale e di partiti che appoggiavano quel governo in parlamento). C’erano tuttavia tre motivi che avrebbero dovuto far strozzare l’ottimismo in gola:
1) anche volendo interpretare i dati di fine 2011 come l’indizio di una ripresa, restava il fatto che tale ripresa era più dovuta a motivi congiunturali che a una rimessa in salute del sistema economico-produttivo. Infatti, già tre mesi dopo, nel I trimestre 2012, gli indicatori erano ritornati tutti in rosso.
2) La mini-ripresa occupazionale scontava comunque il fatto che la stragrande maggioranza dei posti di lavoro creati erano comunque precari; ossia posti di lavoro a bassa produttività, come abbiamo visto, incapaci di causare crescita e destinati inevitabilmente a venir tagliati al primo stormire di fronde. Secondo l’IRPET, su 2.076.193 avviamenti al lavoro registrati dai Centri per l’impiego regionali nel periodo 2009-2011, solo 206.589 riguardavano contratti a tempo indeterminato.
3) Nel frattempo si era mossa la Regione, giustamente allarmata dalla scossa che il sistema produttivo aveva subito nel 2010 e decisa a creare una rete di protezione.
In primo luogo, l’intervento regionale aveva riguardato la stipula di accordi per la concessione della cassa integrazione, di cui, come si è vista, si era fatto largo uso.
In secondo luogo, con il DGR 319/2011 erano stati stanziati 8 milioni (poi portati a nove) per incentivazioni alle assunzioni nel periodo 2011-12, in modo da proteggere i soggetti più deboli e meno spendibili sul mercato del lavoro. Secondo dati IRPET, in tal modo erano stati recuperati 4.000 posti di lavoro. In terzo luogo, con la LR 21/08, rinfinanziata, era stato creato un impulso all’imprenditoria giovanile, con l’istituzione di borse di studio, di prestiti fiduciari, di prestiti garantiti per percorsi di alta specializzazione. In quarto luogo, nel giugno 2011, era stata promulgata la carta dei tirocinii per l’avviamento al lavoro.
Il cospicuo intervento della Regione segnò un indubbio sollievo sia per le aziende, che con il paracadute della cassa integrazione potevano allentare la tensione, sia per la famiglie, il cui reddito veniva sostenuto. Tuttavia scontava un limite importante; sostenere le aziende in crisi era sacrosanto, ma altrettanto importante sarebbe stato sostituire le aziende ormai decotte a vantaggio di altre aziende più innovative e capaci di stare sul mercato da sole, dopo un sostegno dovuto alla difficile congiuntura. Questo non è stato fatto dalla Regione, che trovandosi in prima linea si è più preoccupata di tappare le emergenze; ma soprattutto dal governo nazionale, che si è limitato a intervenire tagliando ulteriori protezioni del lavoro e lasciando alla disponibilità delle parti sociali di provvedere agli interventi necessari per il ristabilimento del sistema produttivo nazionale. Ci riferiamo al recente incontro a Palazzo Chigi di governo, organizzazioni imprenditoriali e sindacati, in cui il presidente del Consiglio ha detto, più o meno, di non avere soldi, e che gli altri si arrangiassero loro a far ripartire l’economia. E qui giova osservare due cose: che in primo luogo quando vuole i soldi il governo li trova, ad esempio per rifinanziare il settore bancario (tramite i cosiddetti Tremonti-bond, di cui il Monte dei Paschi ha fatto largo uso), mentre per il settore produttivo non c’è niente; e che dire questo significa rinunciare totalmente a ogni politica industriale da parte del governo. Per capire quest’ultimo punto occorre fare un inciso storico.

UN PO’ DI STORIA

All’inizio degli anni Ottanta vi fu uno scontro tra Banca d’Italia e Ministero del tesoro sui poteri e sull’autonomia della Banca d’Italia. In quegli anni, sia per la forza delle rivendicazioni operaie, sia per l’azione della Costituzione che, progressista com’è, ha sempre insistito sul ruolo dello Stato come principale strumento per la redistribuzione del reddito (e perciò oggi è invisa a tanti che non a caso la considerano comunista), l’intervento dello Stato per sostenere il PIL era molto alto. Ciò significava una spesa pubblica molto alta, che nel 1981 era pari più o meno al 55% del PIL, dato che era fonte di enorme preoccupazione per molti economisti, come Andreatta, Amato e Forte, i quali ritenevano che l’area amministrata direttamente dallo Stato rispetto all’area “libera” dell’economia fosse eccessiva. Per poter permettere allo Stato di intervenire in modo così massiccio nell’economia italiana, occorreva il sostegno della Banca d’Italia, la quale era tenuta ad acquistare i BOT statali non aggiudicati dalle aste. In tal modo, il tasso di interesse non saliva, perché se il mercato non comprava i titoli di Stato italiani, il cui tasso era giudicato troppo basso, li comprava la Banca d’Italia. E i capitali risparmiati rispetto ai tassi di interesse venivano impiegati dallo Stato a fini produttivi. Volendo rompere questo meccanismo e permettere al capitale privato di penetrare in zone che fino a quel momento avevano visto il monopolio della mano pubblica, fu promossa una politica, in primo luogo da Andreatta, sull’”autonomia della Banca d’Italia”. In pratica quest’ultima veniva svincolata dall’obbligo di comprare i BOT statali non aggiudicati e cessava perciò di essere lo strumento finanziario con cui lo Stato perseguiva i propri fini. Questo permetteva al capitale privato di sostituirsi al fino ad allora invincibile Ministero del tesoro e di ampliare la propria zona all’interno dell’economia; ma significava altresì che la spesa pubblica si spostava dalla produzione alla spesa per interessi sui BOT e alla remunerazione della rendita del capitale finanziario. Questa è l’origine dell’alto debito pubblico italiano, che al livello del 58% nel 1981 (quindi ampiamente entro i posteriori margini di Maastricht) nel 1992 era già passato al 124%.
L’incontro di Palazzo Chigi cui si è fatto cenno marca appunto la continuità con la storia che abbiamo raccontato. Lì si trattava di ridurre la quota di intervento statale nell’economia; qui si tratta di azzerarla. Lo Stato non interverrà più, o perché non ha soldi, o perché si è messo nella situazione di non trovarli; tutto è demandato ai capitali privati che a quel punto domanderanno la rendita cui sentono di aver diritto. Il pendolo dell’economia passa dalla protezione di chi lavora (in quanto è egli stesso che produce la ricchezza) e dall’intervento dello Stato per garantire tale protezione o per offrirla esso stesso come datore di lavoro se occorre, alla remunerazione della rendita da capitale.
Dietro l’incontro a Palazzo Chigi (e l’abolizione dell’art. 18) c’è tutta la storia dei rapporti di forza di questi anni: chi paga la crisi, chi ci guadagna, quale sia il compito dello Stato in questo scontro. C’è la questione del debito, che non è una catena della schiavitù in una dialettica servo/padrone, né la maledizione biblica che colpisce i malvagi che hanno osato vivere al di sopra delle loro possibilità e che ora vengono trascinati nell’inferno dello spread dai diavoli dei mercati (strumenti della giustizia divina), come tende a scrivere tanta parte dei commentatori e dei politici, i quali di solito non sembrano sapere di che cosa parlano.
Molto più laicamente, il debito è uno strumento, un mezzo con il quale si vogliono realizzare certi obiettivi, e la gestione del debito è un modo per realizzarne alcuni piuttosto che altri. La gestione attuale del debito, per esempio, è un chiarissimo indizio (certo, per chi vuole vedere) del fatto che si vogliono tutelare gli interessi dei prestatori di capitali (banche, assicurazioni, agenzie finanziarie, fondi) a scapito dei prestatori d’opera. E il modo in cui tale politica è attuata è riservare la gestione del debito ai tecnici (non eletti), agli organismi finanziari internazionali (non eletti), alle agenzie di rating (non elette). Sullo sfondo c’è, se si vuole, la questione democratica che non è neppure più italiana ma che è continentale.

L’ANNO CHE STA ARRIVANDO

Alla fine del 2011, IRPET fa i conti per l’economia toscana. La cassa integrazione ha supplito alla perdita di 70.000 posti di lavoro tra il 2009 e il 2010; senza tali ammortizzatori, i redditi delle famiglie sarebbero calati di un terzo. E nemmeno l’aumentata flessibilità e la minor protezione del lavoro, che a detta del ministro Fornero avrebbe dovuto permettere di attrarre investimenti dall’estero, è servita a nulla se non a peggiorare la condizione di chi la crisi la viveva già tutta. Se infatti tra bassa protezione del lavoro, ragiona l’IRPET nel Rapporto sul mercato del lavoro in Toscana anno 2011, e aumento dell’occupazione vi fosse un rapporto diretto, negli Stati Uniti e in Inghilterra, i paesi che sono andati più avanti in questo senso, ora sarebbero nell’oro; e invece si trovano infognati in una crisi di competitività (G.B.) e in aumento della disoccupazione (U.S.A.) imprevisti. Per non parlare della FIAT, che ha preteso il sacrificio dei diritti dei lavoratori a Pomigliano in cambio dei famosi investimenti del piano Fabbrica Italia, che prevedeva 40 miliardi. Investimento al 2012, due anni dopo: zero euri; ma intanto i diritti sono volati fuori dalla finestra.
Il peggio della crisi, però, avverte l’IRPET, ricade sui giovani: oramai il 44% dei disoccupati di lungo periodo ricade nella fascia 15-24 anni di età. È una storia vera anche in Spagna e in Francia, eppure in Europa c‘è un’eccezione: la Germania. E il motivo di quest’eccezione è semplice; l’efficiente sistema formativo tedesco fa incontrare giovani usciti dal sistema scolastico e lavoro. Quindi la disoccupazione non è poi tutta colpa delle troppo tutele del lavoro che irrigidiscono il mercato: sono le debolezze del sistema Paese, il disastro del sistema scolastico perseguito tenacemente da governi di tutti i colori , che costituiscono una delle cause occulte. Ma di questo non si parla; si parla piuttosto (e lo fa anche l’IRPET) del sistema duale del mercato del lavoro, in cui a fronte dei giovani flessibili e non garantiti, ci sono gli occupati più vecchi, garantiti, che superano meglio gli shock economici rispetto ai giovani.
È in questo clima che nel 2011 matura la riforma Fornero, che abolendo le garanzie stabilite dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori ritiene di poter arrivare a un mercato del lavoro unitario e tutto flessibile, il che aumenterà senz’altro gli investimenti e quindi l’occupazione e servirà anche a migliorare i conti pubblici.
Si tratta di una solenne fesseria per quattro motivi:
1) il costo del licenziamento dei dipendenti più vecchi è comunque più oneroso rispetto a quello dei più giovani; nel primo caso infatti occorre indennizzare i dipendenti con parecchie mensilità di stipendio, mentre i più giovani non li si indennizza per nulla, basta non rinnovare loro il contratto. Quindi non è che sia una misura che di per sé farà automaticamente aumentare gli investimenti;
2) è dubbio che le imprese non investano a causa delle troppo rigidità del mercato del lavoro. Al contrario: un mercato del lavoro eccessivamente flessibile fa sì che le imprese non abbiano interesse ad aumentare la produttività visto che risparmiano sugli stipendi, il che forse fa aumentare le occupazioni (a breve termine, infatti sono posti precari) ma non influisce sulla
crescita e quindi non serve nemmeno a mettere a posto i conti pubblici (poiché il debito è una percentuale sul PIL, si può tagliare anche aumentando il PIL, ma il lavoro precario, si è visto, non lo fa aumentare);
3) nulla è stato fatto relativamente alle altre e ben più serie cause per le quali i capitali stranieri non investono in Italia: criminalità, corruzione, mancanza di infrastrutture pratiche e non inquinanti;
4) soprattutto in Toscana, il ricorso all’occupazione precaria è una forma di assicurazione contro gli shock economici improvvisi. Ma in sé e per sé le imprese non avrebbero difficoltà ad assumere personale qualificato e a investire sul capitale umano, purché fossero al riparo dalle fluttuazioni del mercato. Ma, e questa è la cosa più grave, per assicurarsi contro le instabilità dei mercati, quelle finanziarie prima di tutte, non è stato fatto nulla. I governi hanno preferito riempire di liquidi i serbatoi esausti delle banche (a costi pubblici però) senza richiedere nulla in cambio; in primo luogo ripristinando la separazione tra banche d’affari e banche d’investimento che sarebbe stato il primo e più importante argine contro il ripetersi della crisi finanziaria del 2008. Ma era vano attendersi provvedimenti del genere da governi come quello attuale.
L’ultima informazione il rapporto IRPET 2011 ce la dà sul settore manifatturiero, la cui crisi si trascina; la produttività del settore, già debole, si è ancor più ridotta ed è stata parzialmente recuperata solo riducendo il personale del 3,4% rispetto al 2008 (non sono tutti licenziati: ci sono anche i pensionati e i dimissionari).
Così il 2012 si apre nella Piana con prospettive alquanto fosche: aziende storiche, come la Decoritalia e la Buzzi Unicem di Calenzano si trovano in uno stato che la segreteria nazionale CGIL del comparto dichiara drammatico; c’è la Resisto di Sesto e la vicenda dell’Agile ex-Eutelia e il fallimento della Sasch. Nel corso dell’anno altri colpi durissimi; il fallimento della Margheri e la tristissima vicenda della Richard Ginori. Non sempre si tratta di crisi industriali; in altri casi, come quello della Ginori, la crisi è tutta finanziaria. Alla GKN la cassa integrazione a rotazione è cominciata nel 2009.
Le buone notizie arrivano dalla Regione, che nel gennaio 2012 attiva 110 milioni di sostegno al sistema d’impresa più altri 14 milioni di euro di incentivi all’occupazione. Ma è chiaro che il lavoro che ci sarà nella Piana sarà all’insegna del precariato; sui 710.328 avviamenti al lavoro avvenuti nella provincia secondo i dati 2011 delle Agenzie per l’impiego, solo 82.333 sono a tempo indeterminato.
C’è però un dato significativo: le ore di cassa integrazione ordinaria nel 2011 sono calate di 3 milioni rispetto all’anno precedente, mentre resta molto alta la cassa integrazione in deroga.
Il che potrebbe essere un segnale che chi aveva difficoltà momentanee, grazie forse anche al sostegno della Regione (dal governo, invece, ciccia) cerca di rimettersi in piedi; chi è invece in crisi resta in crisi. I settori che hanno fatto maggior ricorso alla cassa integrazione sono, ancora una volta, meccanica e tessile; la spia di un mutamento di fondo lento ma costante nella composizione dell’economia della Piana.
Nella crisi, qualcosa sta cambiando, ma che cosa e come occorra guidare questo cambiamento nessuno lo sa. Il meglio che si possa fare, e qui va riconosciuto il ruolo attivo della Regione, è cercare di contenere le perdite e sostenere chi è in difficoltà sperando che ce la faccia. Ma il futuro, ancora una volta, è precario. La ricchezza creata è scarsa e fragile, pronta a spezzarsi al primo risalire dello spread; il salario guadagnato con il frutto del proprio lavoro è il salario della paura, in un orizzonte fosco dove il domani non è più una certezza ma un potenziale incubo. Dal governo centrale non vengono che politiche recessive, che a sentire le autorità produrranno in futuro effetti meravigliosi; ma quando? Nel frattempo non restano che la cessione molto reale delle garanzie e la vaga promessa che c’è una luce in fondo al tunnel, sperando che non sia il treno della TAV che viene verso di noi.

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Questa voce è stata pubblicata il 19 ottobre 2012 da in Dossier con tag , , , , , , , , , .

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