Mente Locale della Piana

Il Comitato che vi svela le verità nella Piana Fiorentina e oltre

Dossier: Lavorare stanca

Lavorare stanca
Dossier
A cura del Comitato MenteLocale della Piana

Indice
0. Editoriale
1. Il salario della paura: viaggio nel mondo del lavoro della Piana fiorentina ai tempi della crisi economica e dell’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori
2. Il lavoro ai tempi del disastro ambientale: il caso Ilva
3. Una modesta proposta

Ottobre 2012 – EDITORIALE

Il 13 ottobre è cominciata la raccolta delle firme per due nuovi referendum,  per l’abrogazione dell’articolo 8 (Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità) del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, titolato “Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo”; e per l’abrogazione dell’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, titolata “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive.
Questi referendum sono promossi da un ampio ventaglio di forze politiche e sociali: IdV; SeL; FdS; Fiom; ALBA, ecc.
Ma chi sono i promotori a noi interessa poco.
Ci interessano di più i contenuti. Ed eccoli qui:-in base all’art. 8, in caso di accordo locale è possibile derogare al contratto di lavoro nazionale.
In realtà in Italia è sempre stato possibile derogare alla normativa nazionale, purché l’accordo fosse più favorevole. Con questo nuovo testo di legge no; si può derogare, come dicono i giuristi, in pejus.
Che è una norma che va contro tutta la tradizione di giurisprudenza italiana sul lavoro, basata costantemente sul principio del favor prestatoris (tra due norme esistenti, si applica quella più favorevole); e va contro il buon senso e la Costituzione. È come dire, infatti, che un accordo privato può sostituire la legge; o, se preferite, i luoghi di lavoro sono pezzi del nostro Paese esenti dal dominio delle leggi, in cui valgono le volontà delle parti, ossia, presumibilmente, del più forte.
Ci sono pezzi di Paese in cui leggi e Costituzione non valgono.
E la cosa divertente è che molti hanno gabellato questa cosa come una modernizzazione del mercato del lavoro; molti, beninteso, che se una così fosse applicata a loro, farebbero subito le barricate; molti che, se togliessero loro appena un pezzettino dei loro privilegi come parlamentari, come membri di CdA e fondazioni, come consiglieri regionali, comunali o quant’altro, urlerebbero subito allo stato comunista.-in base al riformato (ma sarebbe più giusto dire abolito) art. 18, chi è licenziato SENZA GIUSTA CAUSA O GIUSTIFICATO MOTIVO (tutti gli altri potevano essere licenziati anche prima) non può farsi reintegrare al posto di lavoro dal giudice. Anche se il giudice gli dà ragione è sufficiente pagare qualche mensilità, e il licenziamento è cosa fatta. Anche qui c’è una cosa divertente; l’attuale (speriamo ancora per poco e poi mai più) ministro del lavoro, ma forse sarebbe più giusto chiamarlo ministro dei licenziamenti, ha sostenuto che questa riforma avrebbe aumentato l’occupazione e gli investimenti nel nostro Paese.
Così render licenziabili tutti fa aumentare l’occupazione.
Il buon senso si ribella. E infatti, conoscete qualcuno che abbia trovato lavoro grazie a questa riforma? Sapete citarci qualche capitalista straniero che abbia investito? Sapete dirci se l’occupazione è aumentata da quando è in vigore questa norma?

Quindi questo comitato approva, promuove e sostiene questi referendum e invita tutti i suoi lettori a recarsi a firmare presso le segreterie comunali. Se vi saranno appositi banchini ve lo comunicheremo.

Ma le nostre motivazioni sono più profonde, e si riducono a questo: queste norme, che ci auguriamo abrogate a furor di popolo come fu per l’acqua, sono in chiaro contrasto con la Costituzione italiana e con la civiltà del lavoro. Troppo spesso è prevalsa, a partire dagli Novanta, l’idea che la crescita della ricchezza fosse legata alla rendita finanziaria e al credito (che, nella sua forma attuale, si chiama debito). L’epopea dei brokers di borsa, capaci di creare ricchezze in una sola notte. L’epopea delle carte di credito, delle ville comprate con i mutui facili, degli yacht, dello stile di vita vertiginoso di un’Italia ancora semianalfabeta (qualcuno ha mai sentito parlare Fiorito?
O l’ha sentito coniugare un congiuntivo a modo?). Della ricchezza facile e sempre pronta, uscita non si sa da che, prodotta non si sa da chi. E poi il patatrac.
È ora di ricordarsi una cosa importante. È ora di ricordarsi che è il lavoro che crea la ricchezza.
È ora di ricordarsi che sono gli uomini e le donne che lavorano che producono tutto, che trasformano il mondo. E se sono loro a produrre tutta la ricchezza, occorre tutelarli, occorre salvaguardarli, perché senza di loro broker, consiglieri regionali, consiglieri di amministrazione, manager di alto bordo e compagnia politica di giro sarebbero, nel migliore dei casi, a piatire posti da portinaio, invece che pasteggiare a ostriche e champagne. Ed è proprio questa salvaguardia che la Costituzione invocava e imponeva a quei governanti che, se non ricordiamo male, prima di entrare in carica proprio su tale Carta devono giurare.

Senza ricordarsi questa cosa, non si uscirà da nessuna crisi, per il semplice motivo che questa crisi nasce proprio dal furore predatorio di classi parassite che hanno divorato tutto quello che c’era da divorare e che ora cercano di far pagare il peso della bancarotta ad altri.
Quindi a nostro alato parere, la situazione impone alcune riforme.
In primo luogo: attuazione dell’art. 36 della Costituzione. Basta precariato, basta con la modernità dell’economia dei faraoni egiziani che facevano tutti schiavi. Dove prendere le risorse per sostenere il reddito di chi lavora? Ma da una bella patrimoniale, of course. Chi faceva le feste mascherato da maiale (ma che si mascherava a fare?), è ora che si frughi.
In secondo luogo: utilizzo della leva fiscale. Qualcuno ci spiega perché la rendita finanziaria deve pagare tasse inferiori rispetto a chi lavora (questo vale ovviamente anche per chi dà lavoro, ossia per gli imprenditori)? Quindi spostamento del carico fiscale sulla rendita. In questo modo i capitali scappano? Ma com’è che il fisco statunitense li acchiappa sempre anche all’estero? O forse dagli
Stati uniti dobbiamo importare solo le riforme che piacciono ai parassiti?
In terzo luogo, riforma del sistema bancario. Le banche servono al servizio della collettività, ossia per dare credito a imprese serie e ai progetti di vita. Basta con i giochini dei derivati. Di conseguenza: distinzione di legge tra banche di affari e banche di investimento. Con i soldi dei clienti non si specula. Chi specula lo fa a suo rischio, senza poi piatire salvataggi che vanno tutti a carico delle casse pubbliche.
In quarto luogo, selezione accurata del personale politico. Una volta chi si candidava a sindaco, a parlamentare, a ministro, conosceva bene i problemi del lavoro, se non altro perché, anche se non veniva dalle classi lavoratrici, stava però dentro alle lotte sociali. Ora non ci sono che funzionari che hanno fatto la trafila di partito senza aver lavorato un giorno che sia uno in vita loro, se non in posti con prebende, gettoni di presenza, ricchi laticlavi. Che volete che sappiano costoro di cosa voglia dire stare in un posto di lavoro vero? Per forza poi si sentono dire bestialità, tipo che il lavoro non è un diritto e che bisogna lottare per esso con unghie e denti contro gli altri. Per forza poi il lavoro non trova più rappresentanza a livello politico. Questa poi è una riforma a costo zero, e può cominciare dagli elettori. Non votate più gente che si dichiara capacissima di governare solo perché per meriti di partito è una vita che ha fatto il funzionario prima, l’assessore poi, il sindaco poi, il consigliere regionale poi, il parlamentare poi, e via e via. Mandateli un po’ a far gavetta e a vedere il mondo come lo vedono un operaio, un tecnico, un autista, un artigiano. Non può fargli che bene. E poi magari amministrano meglio.
In quinto luogo, basta con questa ideologia schifa che ci vuole tutti isolati e incapaci di rapportarci tra di noi. Basta con le scempiaggini della meritocrazia (di solito agitata da gente che di meritorio non ha fatto nulla se non chiacchierare di merito) e con le valutazioni sul posto di lavoro legate a una parte stipendiale. Qualcuno ci spiega perché lavoratori che si fanno le scarpe gli uni con gli altri per una sporca faccenda di spiccioli; lavoratori che lavorano con la paura in corpo di essere licenziati senza poter nemmeno far valere i loro diritti di fronte a un giudice; lavoratori che non possono nemmeno portare i figli la domenica a un museo perché l’art. 8 gli impone 18 turni settimanali, e che quindi i figli è già tanto se li possono vedere, dovrebbero aumentare la produttività. Come fanno a lavorare di più e meglio? L’idea che essere gli uni in competizione contro gli altri, anziché lavorare assieme fraternamente (lo diceva anche la rivoluzione francese) sia meglio, è un’idea barbara. Un’idea incivile. La civiltà del lavoro, come si diceva.
Restaurare la civiltà del lavoro è un po’ restaurare noi stessi. È un cammino lungo, ma si può cominciare da questi referendum, che sono una cosa piccola ma da cui si può iniziare per ridare al lavoratore la dignità e il volto di un essere umano anziché di una risorsa umana. Ma se non vi abbiamo convinto, scendiamo nel concreto: eccovi questo dossier sul lavoro che, com’è costume di MenteLocale, parte da casi concreti, uno nazionale e uno locale, per capire che cosa sia vivere e lavorare al tempo dell’abolizione dello Statuto dei lavoratori, dello spread e dei governi tecnici.

Buona lettura.

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Questa voce è stata pubblicata il 19 ottobre 2012 da in Dossier, Editoriale con tag , , , , .

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