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Dossier Inceneritore: IO E L’INCENERITORE

Tanto per permettere al lettore di farsi un’idea di quello che capita a chi abita vicino a un inceneritore, ecco un po’ di dati. Dati che, avvertiamo, si riferiscono solo alle problematiche relative alla salute. Non prendiamo qui in considerazione altri tipi di danno, che pure ci sono; ad esempio il danno patrimoniale derivante dalla svalutazione del valore della propria abitazione. Ciò per due motivi; uno, tale danno non è, come quello alla salute, erga omnes, ma tocca solo chi è proprietario; due, non è il danno più grave. Mettiamo che un cittadino faccia causa alle amministrazioni che hanno costruito un inceneritore e si faccia risarcire; ha risolto con il danno patrimoniale, ma quello alla salute gli resta ancora tutto. Quindi ne prescindiamo. È bene però tenere presente che, se anche si parla qui di salute, l’inceneritore non dispiega i suoi effetti solo su questa; avvelena anche altre parti della vita civile, e in primo luogo avvelena il rapporto di trasparenza tra cittadini e istituzioni. Quindi l’inceneritore è un impianto veramente maligno perché c’è poca parte della vita associata che non ne porti i malefici effetti. Chiarito ciò, restiamo però sul tema assegnato.

Che cosa fa l’inceneritore?

La risposta sembra semplice: brucia i rifiuti. In realtà la risposta è più complessa, perché ogni possibile impianto brucia i rifiuti in modo diverso e a temperatura diversa, e gli effetti non sono sempre gli stessi. Ma diciamo, per semplificare le cose, che brucia i rifiuti a un elevato grado di temperatura. Oltre a ciò, ha un ulteriore sottoprodotto: produce energia elettrica e calore. L’energia elettrica prodotta dalla combustione dei rifiuti, per una bizzarria legislativa italiana, è assimilata a energia prodotta dalle fonti rinnovabili e perciò soggetta dal Comitato Interministeriale Prezzi (circolare 6/92) ad incentivazione: chi produce energia tramite inceneritore può vendere per 8 anni dalla costruzione dell’impianto alla GSE (la società che ha il compito di assicurare la fornitura di energia elettrica al Paese) tale energia a un costo triplo rispetto a chi la produce utilizzando metano o petrolio. Nel terzo trimestre 2008, questo incentivo era pari a 68,77 euro per Megawatt prodotto. I costi di tale incentivazione vengono scaricati in bolletta; cioè, li pagano gli utenti. Per dare un’idea delle cifre, nel 2006 ASM, la società che gestisce l’inceneritore di Brescia, ha ricavato 71 milioni di euro da incentivi CIP6. In altri termini, c’è una vera e propria incentivazione al ricorso all’incenerimento. Non è che non ci sia alternativa; è che il governo ha voluto così (TUTTI i governi). Nella finanziaria 2007 si è provato a eliminare questa stortura di legge e a limitare gli incentivi ai soli impianti operativi e già in funzione; ma già il DL 138/2008 riapriva subito i termini per la concessione in deroga degli incentivi anche ai nuovi impianti fino a tutto il 2008 (così ne potè beneficiarie anche il termovalorizzatore di Acerra). Si calcola che fino al 2021 gli impianti potranno godere di questo beneficio.

Oltre a ciò c’è il recupero del calore sviluppato, almeno di quello che non diventa vapore e, tramite le turbine, produce poi energia elettrica, che può alimentare il teleriscaldamento. In realtà come produttori di calore gli impianti di incenerimento non sono un gran che; sia perché i rifiuti sono un combustibile a basso potere calorifico, sia perché le temperature raggiunte sono di solito condizionate da altri fattori (che poi vedremo) e non sono aumentabili a piacere. In altri termini; nessuno costruirebbe impianti del genere solo per riscaldare gli ambienti. Visto che ci sono, e che sono incentivati, se ne prende anche il calore che si può; ma non è un gran che. Peraltro il teleriscaldamento è efficace solo a livello stagionale; va bene di inverno, ma d’estate che te ne fai? Per cui in un anno con un inverno mite e un’estate calda, tutti i benefici del teleriscaldamento vanno a ramengo. Per onestà va detto che esistono impianti, come quelli di gassificazione/pirolisi, che convertono i rifiuti inceneriti in syngas e che sono più efficienti; producono calore d’inverno ed energia elettrica d’estate. E con questo abbiamo già esaurito la breve pagina dei vantaggi dell’impianto.

Ora arrivano le dolenti note; in primo luogo l’inceneritore produce rifiuti: circa il 15/20% di scorie rispetto al peso dei rifiuti introdotti, oltre un altro 5% di ceneri. Parte di queste scorie, in particolar modo quelle pesanti (vetro, alluminio, acciaio, materiali ferrosi, possono essere recuperati e riciclati). Il resto no; deve essere smaltito in discariche speciali in qualità di rifiuti altamente pericolosi. Si tratta di tanta roba; il solo inceneritore di Brescia ne produce circa 240.000 tonnellate l’anno, più altre 35.000 di ceneri. Smaltire in discarica questa roba costerebbe veramente tanto, perciò spesso si preferisce estrarre dalle scorie tutto quello che si può riciclare, miscelare con acqua, cemento e inerti e formare calcestruzzo che poi viene utilizzato in edilizia. Nel 2002 si è scoperto però che questo calcestruzzo (ovviamente) fa male. C’è chi sta cercando di trattare questi calcestruzzi per renderli non tossici, ma su questo, in gran parte, hic sunt leones.

Ci sono poi naturalmente gli inquinanti presenti nei fumi (non c’è fuoco senza fumo…), che sono di più vario tipo; si va dal banale ossido di carbonio, all’anidride solforosa, agli ossidi di azoto. Qui esistono molti modi di abbattere le emissioni di questi inquinanti; in primo luogo con opportuni filtri a maniche che captano le polveri a secondo della loro grandezza; in secondo luogo aumentando le temperature di combustione (ciò che si ottiene aggiungendo metano alla combustione). L’aumento della temperatura, però, ha effetti secondari parecchio indesiderati; in primo luogo aumenta la produzione di ossidi di zolfo e in secondo luogo aumenta il particolato che, proprio perché più fine sfugge ai filtri a maniche. Si tratta delle famose (e malefiche) micropolveri. Insomma, ogni soluzione genera nuovi problemi.

Ci sono poi i microinquinanti, come i metalli pesanti (mercurio, cadmio, ecc.), le diossine e i furani. Questi sono le bestie peggiori, perché spesso si concentrano nel particolato fine, e lì i filtri non ce la fanno. L’unico modo per contenerle è alzare la temperatura di combustione oltre gli 850 gradi. C’è un’immediata controindicazione: più elevata è la temperatura di combustione e più veloce è il raffreddamento dei fumi (queste due condizioni permetterebbro di ridurre la formazione di diossine) e meno l’impianto è efficiente nel recupero l’energia termica ai fini della produzione di calore o di energia elettrica. Insomma un inceneritore è un impianto che fa meno male (relativamente meno male) a condizione di essere più inefficiente. Un interessante ossimoro.

Che cosa mi fa l’inceneritore?

Come si è detto, in quanto si legano a particelle ultrafini, diossine e furani sfuggono ai filtri a maniche. Quindi un’emissione è nel conto; ed è per questo che la legge italiana impone la misurazione delle emissioni (D.M. 21/12/2005 e poi DL 152/2006) e pone un tetto massimo considerato il limite di pericolosità per la salute. Quindi finchè le emissioni sono sotto il limite di legge, nessun problema.

E invece il problema c’è ed è triplice: 1) poiché la minimizzazione della produzione di inquinanti corrisponde alla maggiore inefficienza dell’impianto, esiste sempre la tentazione, per il gestore dell’impianto, specie se è un’azienda privata, di manipolare i dati per aumentare l’efficienza (è quello che è realmente successo con l’inceneritore di Falascaia, dove la Veolia taroccò il software di misurazione delle emissioni. L’impianto fu fatto sequestrare nel luglio 2010 dalla Procura della Repubblica di Lucca); 2) diossine e furani, solubili nei grassi, si accumulano nella catena alimentare e l’organismo non riesce a smaltirle, quindi si accumulano con il tempo. Per cui anche il rispetto dei limiti di legge nei singoli giorni non garantisce che a un certo momento il problema non esploda. Detta in altri termini; giorno per giorno il rischio non c’è, però arriva tutto insieme. 3) le misurazioni servono soltanto ad assicurare che il limite emissivo di legge non sia superato, ma non dicono nulla circa il vero rilascio in atmosfera. Questo perché gli inquinanti vengono misurati in concentrazione media oraria, giornaliera e mensile, non in quantità reali emesse. Per capirci, facciamo il caso di Brescia, dove gli strumenti di controllo captano emissioni fino a 0.04 nanogrammi per metro cubo di fumi. Mettiamo che l’emissione media oraria sia di 0.03 nanogrammi (quindi non rilevabile dagli strumenti). Se la produzione fosse di 5.000.000 di metri cubi di fumi al giorno, si arriverebbe a una emissione giornaliera di 0,15 nanogrammi, ben oltre la dose massima giornaliera prevista dalla normativa (0,05 nanogrammi). Solo che non sarebbe rilevata. Quindi tecnologie di abbattimento degli inquinanti, filtri, misuratori ci sono. Però non garantiscono nulla. Gli inquinanti ci sono e ci restano, e non c’è tecnologia che tenga. Lo conferma il disgraziatissimo caso di Taranto, la cui situazione era talmente grave che la magistratura è intervenuta per disastro ambientale a carico dell’acciaieria ILVA, che, giova ricordarlo, appena il 4 agosto 2011 aveva ottenuto da parte del Ministero dell’Ambiente l’autorizzazione AIA; peraltro, a quell’epoca l’attuale ministro, Clini, era direttore generale del Ministero. E proprio Clini, il 1 agosto 2012 riferendo alla Camera sugli avvenimenti di Taranto, ha affermato: “Parte delle indagini epidemiologiche danno conto dello stato della salute di una popolazione con evidenti eccessi di mortalità che fanno riferimento presumibilmente a contaminazioni derivanti da impianti che operavano nel rispetto delle leggi”. In altri termini: l limiti di legge non venivano sforati (di qui le autorizzazioni), però poi le persone morivano. E se te lo dice il ministro: tanti saluti ai centomila controlli che dovrebbero rassicurare la popolazione. Quod erat demonstrandum.

C’è poi l’acqua che serve per il raffreddamento dell’impianto e lo spegnimento delle scorie, anch’essa inquinantissima. L’inceneritore è una macchina inquinantissima per le acque, tanto che è stata varata una norma di legge apposita su questa specifica materia (DL 133/2005).

Quanto a che cosa fanno questi inquinanti sul piano medico, non intendiamo fare terrorismo psicologico scendendo nel dettaglio; ma per chi volesse saperne di più, basterebbe scorrere la prima parte della VIS e le patologie che i ricercatori che la eseguirono ritennero legate a esposizioni ambientali; si andava da varie forme neoplastiche a natimortalità a deformazioni congenite. Queste per un motivo molto semplice; molti di questi inquinanti superano anche la barriera placentare (ad esempio il mercurio) o si accumulano nel latte materno. Quindi i neonati sono i più esposti.

Ora che sai quello che sai, te la senti ancora di dire:“E che sarà mai un inceneritore? Ce l’hanno persino a Vienna!”?

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Questa voce è stata pubblicata il 13 settembre 2012 da in Inchieste con tag , , , , , , , , , .

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