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Dossier Inceneritore: CHE TI DICE LA VIS?

La storia della VIS dell’inceneritore di Case Passerini si è dispiegata tra il 2003 e il 2005 ed è molto interessante per chi voglia capire come agisce chi vuole decidere cosa, e in base a quali informazioni si muove. Anche per chi voglia capire che fine fa in base a quelle decisioni. Forse sarà però necessario chiarire di che cosa si parla e che cosa vogliono dire tutte queste sigle: VIS… VAS… VIA….

Ora, la VIS (Valutazione di Impatto Sanitario) è uno studio finalizzato a comprendere i potenziali rischi e i benefici di un qualsiasi progetto che abbia interesse per una comunità. È uno studio che per forza di cose comprende ambiti specialistici diversi: per valutare ad esempio i rischi di un inceneritore, ci vogliono ingegneri che ne sappiano di impiantistica e che valutino le differenze tra le possibili tecnologie di incenerimento dei rifiuti; dei medici che valutino gli effetti degli inquinanti; degli statistici che mettano in relazione la diffusione degli inquinanti sulla popolazione interessata….

Insomma la VIS è una cosa complessa e di solito si fa in più fasi.

La prima fase, cosiddetta di screening, caratterizza la popolazione dell’area rispetto allo stato di salute e compie una prima valutazione dei possibili effetti negativi o positivi. Se gli effetti sono positivi o negativi a prescindere, la VIS può anche finire lì e li progetto si realizza oppure non si realizza. Se invece si ritiene che ci siano degli aspetti da approfondire, si passa alla Fase II, con lo studio epidemiologico vero e proprio; e quindi alla Fase III in cui si valutano le collocazioni sul territorio degli impianti progettati e magari si confrontano tra loro eventuali benefici o rischi derivanti da collocazioni alternative. È quello che è successo con la VIS dell’inceneritore, in cui si comparò la possibile collocazione dell’impianto in località Osmannoro 2000, Ponte di Maccione e Case Passerini.

Com’è ovvio, la distinzione tra le due fasi non è così netta; per esempio, una prima valutazione dell’impatto dell’inceneritore a seconda della collocazione fu anticipata nella fase II. Quindi non è che una VIS avanzi a compartimenti stagni. Però, in generale, si tratta di una procedura che procede a fasi successive. Per quanto possa sembrare curioso, la VIS non è una procedura prevista dalla legge; non c’è una legge che imponga di fare una VIS, che rimane una procedura volontaria; chi vuole la può fare. Obbligatoria è invece un’altra procedura, la VAS (Valutazione Ambientale Strategica) che è invece prevista espressamente dalla normativa comunitaria (Direttiva 42/2001/CE), da quella nazionale (Dlgs. 4/2008) nonché da quella regionale (Legge Regionale 10/2010) che impone che nei processi decisionali strategici sia inserita una particolare valutazione ambientale complessiva che si chiama appunto VAS. Ma seguiamo adesso la storia della VIS.

Fase I: 2003

La VIS partì, come si è detto, con la fase di screening, che fu effettuata dall’Agenzia Regionale alla Salute e dall’Università di Firenze senza conoscere il tipo di impianto che si sarebbe realizzato (non c’erano nemmeno i progetti). Quindi si agì sulla base di un’ipotesi impiantistica verosimile. L’oggetto dello studio erano le popolazioni di Sesto, Campi e Peretola che ricadevano entro un raggio di X km. rispetto al previsto impianto. Già questo primo fatto ci fa capire che la VIS escludeva in partenza le nanopolveri, il cui raggio d’azione era di parecchie decine di km. La VIS prese in considerazione i dati sulla salute della popolazione oggetto di studio rifacendosi ai dati del registro tumori (1987-99), le schede di dimissione ospedaliera (1997-99) e i decessi (1997-99) per quanto riguarda le patologie per la quali si poteva sospettare una causa ambientale. In altri termini, si studiava l’incidenza statistica sulle popolazioni di determinate malattie che causavano ospedalizzazioni, decesso o neoplasia. Già in prima battuta si segnalavano tre gravi difficoltà: per le popolazioni di Peretola, non c’era modo di estrarre una scheda di dimissione perché si confondevano tra tutti gli altri cittadini fiorentini non presi in considerazione dallo studio. Quindi la base statistica di studio si riduceva (si parla di 40.000 persone in meno).

In secondo luogo, non tutti gli inquinanti emessi dall’inceneritore davano luogo alle malattie monitorate; ad esempio, gli effetti del mercurio non inalato tramite vapori non sono ben noti e non danno adito a malattie ben identificate come causate sicuramente dall’esposizione a quell’agente. Oltre a ciò, e questa è la terza difficoltà, questi inquinanti (mercurio, diossine, policlorobifenili) si accumulano lentamente nell’organismo che non riesce ad espellerli, e quindi hanno un’azione più lenta rispetto al periodo di osservazione assunto dallo studio (1997-99). In altri termini, non è detto che in due anni l’esposizione a questi agenti provochi una neoplasia o una malattia ospedalizzata. Quindi la griglia dello studio era difettosa; c’erano parti importanti di popolazione e malattie che sicuramente ricadevano fuori.

Ciò nonostante, lo studio fu fatto con i dati che c’erano a disposizione, e in più fu tentata anche una stima delle emissioni del futuro impianto per singoli inquinanti (sempre, si è detto, su una ragionevole ipotesi impiantistica): saranno emesse tot quantità di ossidi di azoto, tot diossine, tot mercurio e così via. Alla previsione sull’emissione corrispondeva anche una previsione rispetto al possibile scenario ambientale; in particolare, gli estensori della VIS avevano messo nel conto presunti “interventi di miglioramento della mobilità”, come la realizzazione di una metropolitana di superficie tra Campi e Firenze e la trasformazione della linea ferroviaria Firenze-Pistoia in un collegamento di tipo metropolitano con un’elevata frequenza di treni. Ahimè, mai previsione fu meno azzeccata. Ciò nondimeno, si riteneva che questi interventi avrebbero abbattuto gli inquinanti fino al 15%; cosicché l’impatto dell’inceneritore, che pure avrebbe emesso inquinanti, sarebbe risultato di molto attenuato in base al principio non scientifico ma di buon senso che poggio e buca fanno pari.

In tal modo, l’impatto dell’inceneritore per certi tipi di inquinante (ossidi di zolfo, benzene, ecc.) non era poi così tremendo; ma per altri, come il mercurio e le diossine, non c’era nulla da fare. Non erano inquinanti che potevi diminuire eliminando (o meglio, pensando di eliminare) il traffico privato. Quindi qui l’impatto dell’inceneritore c’era. Di qui la pensata: tramite “la gestione controllata della bio-massa” da realizzare attraverso “appropriate estensioni di aree agricole” sarebbe stato possibile mitigare anche questi inquinanti. L’idea era questa: introducendo aree verdi boschive e gestendo la bio-massa del territorio in modo da evitare combustioni incontrollate sarebbe stato possibile diminuire la produzione di questi inquinanti, cosicché, anche in presenza dell’inceneritore che pure ne emetteva, poggio e buca avrebbero continuato a fare pari. Ciò significava che il territorio in cui l’inceneritore sarebbe sorto non poteva essere lasciato a se stesso; doveva venir sottoposto a controllo e monitoraggio delle biomasse. Questa, a pensarci bene, è l’origine dell’idea del Parco agricolo della Piana (quella del Parco metropolitano, ovviamente, è precedente). Quel parco non poteva essere un parco naturale, come lo Stelvio; doveva per forza essere un parco agricolo, perché lo imponeva l’inceneritore. Ne erano già chiare anche le dimensioni; se per alcuni inquinanti, come il mercurio, la VIS suggeriva un’area agricola di 250 ettari, per altri si allargava fino a 800 ettari. Quindi dietro le mosse della realizzazione del Parco agricolo della Piana non è che ci fosse un sincero amore per la natura; dietro c’era la storia che la VIS, a leggerla bene, racconta, nonché il tentativo di evitare un disastro ambientale.

Il guaio è che per alcuni inquinanti, come le diossine, non c’è parco che tenga; non c’è modo conosciuto di abbatterle. Quindi la VIS fase I non si poteva concludere con la dichiarazione che l’inceneritore era sicuramente un beneficio; e d’altro canto, grazie ai famosi (e fantasmatici) interventi sulla mobilità e al parco agricolo, si riteneva di non poter nemmeno dire che faceva un male del diavolo. Di conseguenza, si concluse che occorrevano maggiori approfondimenti e si rimandò tutto alla fase successiva

Fase II e III: 2004 e 2005

Se la fase I della VIS aveva preso in considerazione la sola localizzazione di Osmannoro 2000 (perché all’epoca c’era solo quell’ipotesi), la fase II, realizzata nel 2004 dall’Università di Siena prese in considerazione anche Case Passerini, anche perché nell’analisi epidemiologica ci si era accorti che il sito di Osmannoro presentava parecchie problematiche dal punto di vista della salute… altro che metterci un inceneritore… ci sarebbe voluto un risanamento ambientale. Di qui la necessità di anticipare alcune parti della fase III, in particolare la comparazione dei diversi siti in base a un’ipotesi di diffusione degli inquinanti. Si scelse di compiere un’indagine epidemiologica sulla popolazione presente in un’area di 2,5 km intorno alle possibili localizzazioni tenendo conto delle ospedalizzazioni, dei decessi e delle neoplasie. Qui però emerse un problema ulteriore; oltre ai cittadini di Peretola, nella zona ricadevano ampie fette di comunità cinese che non solo non si ospedalizzavano, ma spesso non denunciavano nemmeno le malattie, o perché si curavano con i medici della propria etnia o perché erano clandestini. Però le malattie non ne sanno mica nulla di nazionalità e di permessi di soggiorno. Gli inquinanti nemmeno. Come fare con queste popolazioni? Per rendersi la vita facile, si decise che non erano statisticamente compatibili con le altre popolazioni, e quindi si lasciò perdere. Via altre 1.250 persone stimate entro il limite di 2,5 km. E il campione cala.

I risultati così ottenuti finirono alla fase III, realizzata nel 2005 dall’Agenzia Regionale per la Salute e dall’Università di Siena, che comparava Osmannoro 2000 e Case Passerini come possibili localizzazioni, e che concludeva che Case Passerini era preferibile sostanzialmente per due motivi: 1) Osmannoro 2000 era già troppo inquinato (la VIS parlava di “un certo grado di problematicità”) 2) scegliendo Case Passerini nell’area di studio di 2,5 km ci stava meno gente. La VIS si concludeva consigliando vivamente, in caso di realizzazione dell’impianto, un intervento di rinaturalizzazione dell’area, e in particolare “la creazione di alcune aree a bosco” necessarie per abbattere gli inquinanti. Quindi sostanzialmente la VIS diceva: se proprio volete fare l’inceneritore, almeno fate il Parco della Piana, oppure andate a stare di casa a La Verna. Però anche la VIS ammetteva che di fronte al problema delle diossine anche queste opere di mitigazione erano palliativi: “per tali inquinanti non è stato possibile stimare l’impianto dell’intervento”. Né era tutto: la mitigazione degli inquinanti (di quelli che potevano essere mitigati, almeno), aree agricole e boschi e tutto, era stata calcolata su valori medi, ossia in base al “complesso dell’area”. È vero che, in linea teorica un bosco di tot ettari abbatte tot tonnellate di idrocarburi aromatici, ma ciò non ha nulla a che vedere con la reale esposizione delle singole popolazioni, che dipende dalla loro collocazione sul territorio, dalla direzione del vento, ecc. In altri termini; si può fare qualcosa per rendere meno velenosa possibile questa roba, ma poi a chi tocca tocca…

Fase IV: 2011-2012

La storia della VIS avrebbe potuto anche concludersi qui, se non fosse che nel febbraio 2011, nella variante al PIT, con la quale la Regione inserisce la realizzazione del Parco agricolo della Piana tra i propri obiettivi strategici, è presente anche il raddoppio dell’aeroporto di Peretola (la cui nuova pista va, ovviamente, realizzata nel Parco) su cui si salda un’alleanza Regione-Comune di Firenze che lascia di stucco i comuni di Campi, Sesto e Calenzano (e anche la Provincia di Firenze). A quel punto tutti i nodi vengono al pettine; non solo il traffico privato non diminuirà, ma il Parco stesso esce demolito. Tra l’altro la nuova opera sarà enormemente invasiva; oltre allo spostamento delle oasi WWF di Focognano e del Fosso Reale comporterà anche l’interramento del tronco autostradale A11, in tutto o in parte; nonché impatterà direttamente, se non sul camino dell’inceneritore, almeno sui boschi che dovevano mitigarlo; e altrettanto direttamente sui piani strutturali dei comuni interessati.

Contro una simile alleanza i comuni della Piana rischiano di essere stritolati. L’Amministrazione campigiana intravede allora la possibilità di giocarsi la richiesta di una nuova VIS per l’aeroporto. Fa una prima, timida uscita nelle osservazioni alla variante al PIT, che ovviamente la Regione rigetta. Respinta sul piano istituzionale, l’Amministrazione prova allora a giocare la partita a livello di partito; il 12 aprile 2011 fa votare alla propria maggioranza in Consiglio comunale un ordine del giorno dal titolo No al potenziamento di Peretola, sì al Parco della Piana e all’autonomia urbanistica dei Comuni che si rifaceva ampiamente alla vecchia VIS dicendo, tra l’altro, che “la VIS del 2005… indicava in maniera inequivocabile il termovalorizzatore quale funzione limite nel quadrante Osmannoro”. In realtà la VIS non indicava nulla di tutto ciò, né si trova una pagina in cui si trovi tale affermazione. Quindi il succo della mossa era questo: aggiornare la VIS tenendo presenti i risultati consolidati (ossia la presunta affermazione, che ripetiamo NON è contenuta nella VIS, che l’inceneritore è l’unica e ultima infrastruttura possibile nella Piana) riferendola al solo aeroporto.

È ovvio che questa mossa appaia strumentale e comunque debole alle opposizioni, e in particolar modo a quelle che si sono battute con più coerenza contro l’incenerimento dei rifiuti, e infatti la maggioranza si approva l’atto da sola (poi un suo esponente si disse amareggiato perché si immaginava che tutte le opposizioni si mettessero come soldatini a seguire la coraggiosa guida dell’Amministrazione campigiana e invece non successe… c’è gente che ne ride ancora). Alla cosa però non viene dato seguito perché intanto Sesto e Campi si sono segretamente accordate con la Regione perché la faccenda sia sottoposta al giudizio dell’ENAC. Poi l’ENAC si esprime e tutti sapete com’è andata a finire. A questo punto, torna buona la faccenda della VIS; a inizio luglio 2012 i sindaci di Sesto, Campi, Calenzano e Signa inviano una lettera alla Regione chiedendo l’aggiornamento della VIS (nei termini che ci siamo detti). È il momento di assumere qualche considerazione finale.

Fase V: 2012

Come dovrebbe essere ormai chiaro, la vecchia VIS era piena di magagne. Era fatta su ipotesi impiantistiche, il campione statistico era quanto meno ballerino, e soprattutto era manchevole su tre punti: 1) prendeva in considerazione le sole malattie e decessi del periodo 1997-99, tralasciando del tutto i danni causati alla salute dall’accumulo lento nella catena alimentare degli inquinanti più pericolosi (mercurio, PCB, diossine); 2) calcolava la sostenibilità ambientale dell’inceneritore in base a mitigazioni teoriche. Non c’è dubbio che un bosco abbatta gli inquinanti, ma i cittadini non vivono nel bosco come Tarzan, bensì in via Buozzi a Campi o in viale Ariosto a Sesto. Per cui la mitigazione era solo sulla carta. Inoltre, la realizzazione della pista parallela metteva in pericolo anche questa mitigazione teorica; 3) oltre a ciò, la VIS conteneva una misurazione degli inquinanti e una stima della loro diffusione, ma non aveva pensato minimamente a realizzare una misurazione degli inquinanti già presenti nella catena alimentare. Forse il mercurio emesso giornalmente dall’inceneritore è sotto i limiti di legge (al netto degli sforamenti, peraltro già previsti dalla VIS) ma visto che si accumula sarebbe meglio sapere quanto mercurio mangia tutti i giorni chi vive vicino all’inceneritore. E della presenza di questi inquinanti non si sa proprio nulla. Quindi, se proprio si voleva chiedere una nuova VIS, meglio valeva chiederne una nuova e complessiva anzichè aggiornare quella vecchia. Anzi, ci proponiamo da subito profeti e prevediamo che, se anche la Regione accederà alla richiesta, la nuova VIS stabilirà che, dati i prevedibili interventi di diminuzione del traffico, date le possibili opere di mitigazione, l’aeroporto sarà compatibilissimo con la salute anzi farà bene al Parco.

C’è però un’altra possibilità. La VIS, come si è detto, è una procedura volontaria. Quindi se anche la Regione la rifiuta, non c’è ragione che i comuni richiedenti non possano realizzarla. Peraltro, attorno Malpensa, ci sono comuni come Casorate Sempione che se la sono fatta (e in base a quello si sono costituiti parte civile contro SeA e Ministero dei trasporti). Dunque su questa faccenda è facile e agevole misurare la buona fede delle amministrazioni e distinguere chi veramente tiene alla pelle dei propri cittadini e vuole davvero sapere a che rischi vadano incontro e chi vuole solo buttare fumo (è proprio il caso di dirlo) negli occhi e continuare a cianciare di sviluppo e di sostenibilità con la più grande superficialità di questo mondo. Quindi segnatevi la fase V. Se mai vi sarà, e in base al modo in cui verrà fatta, potrete capire tante cose delle vostre amministrazioni.

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Questa voce è stata pubblicata il 13 settembre 2012 da in Inchieste con tag , , , , , , , , , .

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