Mente Locale della Piana

Il Comitato che vi svela le verità nella Piana Fiorentina e oltre

Quando si evita il contagio …

La stampa cartacea e non sta elevando grandi peana sul salvataggio delle banche spagnole e sul fatto che si è evitato i contagio agli altri paesi europei. L’Europa esiste! L’Euro è salvo! La Spagna non rischia più! L’Italia nemmeno… Invitiamo i nostri lettori a non essere creduloni. Per citare Galileo, “Signor Sarsi, la cosa non istà così”. Ma nemmeno un po’ così. Come sta, allora, la cosa?

Ti serve un prestito?
Le banche spagnole, al pari di quelle statunitensi, soffrono di eccessiva esposizione verso il settore immobiliare. La furiosa crescita degli anni Novanta, quando la Spagna si vantava di aver superato l’Italia come settima economia mondiale, era basata sull’accelerazione del settore edile, pompato da generosi crediti che le banche spagnole elargivano. Tutti erano contenti: i cittadini, che si compravano casa; le aziende, che lavoravano a rotta di collo; le banche, che mettevano a bilancio i futuri profitti dei mutui; il governo, che spacciava la crescita dell’economia come un miracolo spagnolo di buona amministrazione. Cemento! Infrastrutture! Crescita! Crescita! Crescita! Ma poi, quando arriva la crisi (e la crisi arriva sempre) la crescita si rivela di cartapesta e arriva anche il conto da pagare. Risultato: le banche fanno crack, e a quel punto il governo (cioé lo Stato) deve intervenire per salvarle. Per salvare le banche spagnole, piene di mutui che nessuno può più pagare, occorrono 60-80 miliardi di euro (se bastano). Il governo spagnolo non ce li ha? Come si fa? Interviene l’Europa con un prestitone da 100 miliardi di Euro e la situazione è salva. Trionfo della saggezza! Mano ferma dei sapienti governanti europei! Però, però… che cos’è quest’odore di bruciato?

Chi paga (e chi no)
Il prestito arriva al governo spagnolo, l’unico che può garantire (le banche, fallite, non garantiscono nulla). E qui c’è il primo guaio: l’indebitamento pubblico sale quindi di cento miliardi. Oltre a ciò, è lo stato spagnolo che deve restituire quei soldi. Dove? Come? A quanto si è capito, si tratta di un prestito decennale al 3% di interesse. Quindi lo stato spagnolo, tra un anno, deve restituire 13 miliardi; tra due anni 12,7 miliardi e via e via. Il problema è che questi soldi non li ha, perché viceversa si sarebbe salvato qualche banca da solo. Ed è anche improbabile che li abbia tra un anno, visto che il PIL spagnolo tra il terzo quadrimestre 2011 e il primo quadrimestre 2012 era negativo per lo 0,4% e le previsioni 2012 del Fondo Monetario Internazionale lo danno in calo dell’1,8%. Quindi è recessione, con conseguente diminuzione delle entrate fiscali. Non resta dunque che emettere nuovo debito, ossia nuovi buoni del tesoro che però avranno rendimenti ben altri che il 3% (mentre scriviamo, il tasso sui buoni decennali spagnoli è al 6,4%). Di conseguenza: l’operazione fa sì che molto difficilmente la Spagna potrà raggiungere l’obiettivo del 3% del rapporto deficit/PIL fissato dal Fiscal Compact per il 2014. A meno che non tagli pesantemente la spesa sociale e per servizi e stipendi pubblici. Quindi si comincia a capire bene chi paga. Chi invece non paga: ma le banche, naturalmente, che si ricapitalizzano senza che i soci privati tirino fuori uno sgheo e che lasciano il debito allo Stato. Peraltro, anche se si cacciano gli amministratori delegati delle banche (come per esempio Rodrigo Rato, ex presidente di Bankia e uno degli artefici della bolla immobiliare di cui parlavamo prima) possono contare su ricche buonuscite… mica sono le liquidazioni nostre.

E l’Italia che c’entra?
Giusta domanda. C’entra per questo. Le banche così ricapitalizzate mica si mettono a prestare soldi e a fornire credito alle aziende, permettendo così all’economia di prendere fiato. Fossero matte, c’è la crisi. Quindi si comprano una bella fetta di titoli di stato, con i loro rendimenti alti. Tra l’altro c’è un vantaggio: avere parecchi titoli di stato in portafoglio è una bella leva sul governo, che in caso di crisi è costretto a salvarti a te banca, altrimenti sono guai. Si crea un’interdipendenza sistema finanziario/governo che agisce come una gigantesca idrovora, che risucchia ricchezza pubblica senza che al contempo si realizzino investimenti. E poiché quei soldi sono sottratti agli investimenti, il peggioramento debito/PIL è sicuro, perchè l’economia deperisce. E questo fatto riguarda anche l’Italia, per quanto le banche italiane siano infinitamente meno coinvolte in bolle immobiliari dello sciagurato settore finanziario spagnolo.
C’è anche un altro senso in cui questa storia riguarda l’Italia; i soldi prestati alla Spagna non è che vengano dalla Luna; vengono dal fondo detto Meccanismo Europeo di Stabilità, dotato di 500 miliardi a cui l’Italia è tenuta a contribuire per il 18%. Quindi 18 dei 100 miliardi prestati vengono dalle nostre tasse. Questi salvataggi non sono gratis; vanno ad aggravare il rapporto debito/PIL dei paesi prestatori. Il che non vuol dire che non debba esistere solidarietà europea e che un paese dell’eurozona , quando sia in difficoltà, non debba essere aiutato; ma non è questo il modo, visto che si tratta di un gigantesco trasferimento di ricchezza pubblica in mani private senza che al privato sia nemmeno chiesto di restituire il favore. Ma è possibile che non si trovi una strada alternativa? E chi dovrebbe trovarla? Le banche, che a continuare in questo sistema hanno solo da guadagnarci? I politici che ora sbraitano per la crescita (se si riferiscono alla crescita dei debiti, hanno pienamente ragione)? Quindi vedete che sono salvataggi per modo di dire, nel senso che creano solo le condizioni per l’aumento dei debito e degli interessi sul debito.
Sarà meglio ricordarselo, quando toccherà a noi italiani.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 giugno 2012 da in Editoriale con tag , , , , , , , , , .

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