Mente Locale della Piana

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NOI E LA GRECIA

In queste settimane, il cadavere della Grecia viene gettato al feroce appetito dei mercati, perché spolpino la carcassa. In cambio di un prestito di 130 miliardi di euro, grazie al quale la Grecia si dice eviterà il fallimento, la cosiddetta troika europea ha imposto a quel disgraziato Paese le seguenti misure: licenziamento di 15.000 dipendenti pubblici nel 2012 (e di 150.000 entro il 2015), taglio dei salari e delle pensioni del 22%; privatizzazioni di tutti i servizi pubblici. In concreto, ciò significa che, per erogare il prestito, la troika ha chiesto che il salario minimo giornaliero passi da 33,57 a 26,18 euro per un dipendente non sposato; e a euro 33,57 da euro 36,12 per un dipendente sposato e con prole. Di conseguenza, per fare un esempio pratico, un dipendente sposato e con figli si vedrà ridurre lo stipendio da euro 1.037 mensili a euro 808,96. Come si possa condurre una vita almeno dignitosa in queste condizioni è una questione che ovviamente la troika non ha nessun interesse a prendere in esame.
Si tratta di richieste che però si sommano a manovre precedenti, imposte dalla medesima troika per sbloccare i precedenti prestiti, e che avevano già comportato, tra le altre cose: il taglio della tredicesima e della liquidazione; l’istituzione di una tassa sugli immobili pari a circa 500 euro per unità immobiliare che veniva addebitata direttamente sulla bolletta elettrica per evitare che non venisse pagata; così che chi non la pagava, si vedeva staccare la corrente (è successo davvero); l’aumento dell’IVA. Per effetto di queste politiche, l’indice di povertà assoluta in Grecia nel 2010 (cioè prima delle attuali richieste della troika) era pari, secondo i dati di Eurostat, al 27,7% della popolazione, ossia, visto che i Greci sono poco più di dieci milioni, pari 3,03 milioni di persone.
Oltre a tutto ciò, c’è anche la beffa; i famosi 130 miliardi di euro (che sono una frazione rispetto a quanto è stato concesso tra il 2008 e il 2011 alle banche tedesche, inglesi e olandesi dai rispettivi governi… tutti soldi pubblici ovviamente) saranno versati su un conto speciale indisponibile al governo greco, in maniera da essere sicuri che serviranno a rimborsare i debitori. I greci, insomma, non vedranno un centesimo.
Secondo molti, anche nei cosiddetti partiti di sinistra, queste misure sono indispensabili per evitare il fallimento del Paese. Ovviamente, si tratta di una sciocchezza; se la Grecia non riesce a far fronte ai debiti se non assumendo nuovi debiti, vuol dire che il paese è già fallito. Quindi quello che si vuole evitare è che i creditori della Grecia, in particolare le banche tedesche, inglesi e olandesi (sì, quelle salvate con i soldi pubblici) e tutti coloro che hanno speculato sui titoli del tesoro greco (fondi, grandi investitori, anche investitori privati) perdano anche solo un euro, anche se ciò avvenisse a costo della pauperizzazione della popolazione greca.
Che dire di questa politica? Oltre a essere mostruosa e in diretta violazione di tutti i vincoli di solidarietà politici, sociali e anche semplicemente umani, è spaventosamente piena di rischi. Ridurre una paese alla fame e alla disoccupazione lo conduce, fatalmente, verso governi autoritari e dittatoriali, a meno che forze autenticamente popolari e progressiste riescano a incanalare la reazione popolare (che prima o poi esploderà con forza) negli alvei di un cambiamento di politica del governo greco, finora totalmente sottomesso ai diktat della troika. Ma ci permettiamo di dubitare che una sinistra divisa e rissosa come quella greca sia all’altezza di un simile compito.
Una volta che la Grecia sarà stata interamente spolpata, non c’è ragione che l’appetito feroce dei mercati si sia saziato. Ma è già pronta la prossima vittima: il Portogallo, che a sua volta non basterà a saziare quell’infinita avidità. E sono già pronte nuove vittime, tra cui, alla fine.. l’Italia.
Ecco che improvvisamente il destino della sventurata Grecia ci tocca da vicino. Le prime avvisaglie sono già pervenute; lo smantellamento dello stato sociale operato dall’attuale esecutivo al grido “l’Europa lo vuole” (ma quale Europa? quella che spolpa la Grecia? l’Europa dei popoli? o quella delle banche?) non solo non contrastato, ma anzi aiutato da una classe politica debole, divisa e arroccata più sulla difesa dei propri privilegi che sugli interessi del Paese, segna l’inizio di un percorso in cui il nostro Paese sta appena entrando, ma nel quale altri, come la sventurata Grecia, sono più avanti. Gli elementi per ripetere il disastro greco ci sono tutti: un’altissima evasione fiscale; una borghesia refrattaria ad assumere i doveri di classe dirigente e pronta solo a assumerne i privilegi; una classe imprenditoriale avara di investimenti e sempre pronta a lucrare sui ricchi monopoli pubblici da privatizzare; una sinistra rissosa, debole e priva di alternative politiche, chiusa nel centro del proprio ombelico. A ciò si aggiunge un altro dato allarmante; che la ricchezza privata italiana è alta, estremamente più alta rispetto alla Grecia. Dunque, a differenza della Grecia, qui c’è molto da spolpare, e c’è poco da farsi illusione che le iene, fiutato l’odore del sangue, non si presentino al banchetto.
È quello che si nasconde dietro la facile retorica dei salvataggi, in realtà una mera ripartizione di costi tra chi è chiamaio a pagare il disastro e chi invece continua la pacchia come e più di prima. La campana che in questi giorni rintocca ad Atene manda echi sinistri anche a Roma.

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Questa voce è stata pubblicata il 19 marzo 2012 da in Editoriale con tag , , , .

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